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Giovanni
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Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da
fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll'uniforme da
bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quello della buona ventura, quando
mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi,
mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano
attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che
pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la
gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa,
né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva
il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu come
lo seppe, santo diavolone! voleva trargli fuori le budella della pancia, voleva
trargli, a quel di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll'andare a
cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella.
- Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia, - dicevano i vicini, - che
passa le notti a cantare come una passera solitaria?
Finalmente s'imbatté in Lola che tornava dal viaggio alla Madonna del Pericolo,
e al vederlo, non si fece né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo.
- Beato chi vi vede! - le disse.
- Oh, compare Turiddu, me l'avevano detto che siete tornato al primo del mese.
- A me mi hanno detto delle altre cose ancora! - rispose lui. - Che è vero che
vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?
- Se c'è la volontà di Dio! - rispose Lola tirandosi sul mento le due cocche
del fazzoletto.
- La volontà di Dio la fate col tira e molla come vi torna conto! E la volontà
di Dio fu che dovevo tornare da tanto lontano per trovare ste belle notizie, gnà
Lola! -
Il poveraccio tentava di fare ancora il bravo, ma la voce gli si era fatta roca;
ed egli andava dietro alla ragazza dondolandosi colla nappa del berretto che gli
ballava di qua e di là sulle spalle. A lei, in coscienza, rincresceva di
vederlo così col viso lungo, però non aveva cuore di lusingarlo con belle
parole.
- Sentite, compare Turiddu, - gli disse alfine, - lasciatemi raggiungere le mie
compagne. Che direbbero in paese se mi vedessero con voi?...
- È giusto, - rispose Turiddu; - ora che sposate compare Alfio, che ci ha
quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. Mia madre
invece, poveretta, la dovette vendere la nostra mula baia, e quel pezzetto di
vigna sullo stradone, nel tempo ch'ero soldato. Passò quel tempo che Berta
filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra
sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d'andarmene, che Dio sa
quante lacrime ci ho pianto dentro nell'andar via lontano tanto che si perdeva
persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca
chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu.
La gnà Lola si maritò col carrettiere; e la domenica si metteva sul ballatoio,
colle mani sul ventre per far vedere tutti i grossi anelli d'oro che le aveva
regalati suo marito. Turiddu seguitava a passare e ripassare per la
stradicciuola, colla pipa in bocca e le mani in tasca, in aria d'indifferenza, e
occhieggiando le ragazze; ma dentro ci si rodeva che il marito di Lola avesse
tutto quell'oro, e che ella fingesse di non accorgersi di lui quando passava.
- Voglio fargliela proprio sotto gli occhi a quella cagnaccia! - borbottava.
Di faccia a compare Alfio ci stava massaro Cola, il vignaiuolo, il quale era
ricco come un maiale, dicevano, e aveva una figliuola in casa. Turiddu tanto
disse e tanto fece che entrò camparo da massaro Cola, e cominciò a bazzicare
per la casa e a dire le paroline dolci alla ragazza.
- Perché non andate a dirle alla gnà Lola ste belle cose? - rispondeva Santa.
- La gnà Lola è una signorona! La gnà Lola ha sposato un re di corona, ora!
- Io non me li merito i re di corona.
- Voi ne valete cento delle Lole, e conosco uno che non guarderebbe la gnà
Lola, né il suo santo, quando ci siete voi, ché la gnà Lola, non è degna di
portarvi le scarpe, non è degna.
- La volpe quando all'uva non poté arrivare...
- Disse: come sei bella, racinedda mia!
- Ohè! quelle mani, compare Turiddu.
- Avete paura che vi mangi?
- Paura non ho né di voi, né del vostro Dio.
- Eh! vostra madre era di Licodia, lo sappiamo! Avete il sangue rissoso! Uh! che
vi mangerei cogli occhi.
- Mangiatemi pure cogli occhi, che briciole non ne faremo; ma intanto tiratemi
su quel fascio.
- Per voi tirerei su tutta la casa, tirerei!
Ella, per non farsi rossa, gli tirò un ceppo che aveva sottomano, e non lo
colse per miracolo.
- Spicciamoci, che le chiacchiere non ne affastellano sarmenti.
- Se fossi ricco, vorrei cercarmi una moglie come voi, gnà Santa.
- Io non sposerò un re di corona come la gnà Lola, ma la mia dote ce l'ho
anch'io, quando il Signore mi manderà qualcheduno.
- Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!
- Se lo sapete allora spicciatevi, ché il babbo sta per venire, e non vorrei
farmi trovare nel cortile -.
Il babbo cominciava a torcere il muso, ma la ragazza fingeva di non accorgersi,
poiché la nappa del berretto del bersagliere gli aveva fatto il solletico
dentro il cuore, e le ballava sempre dinanzi gli occhi. Come il babbo mise
Turiddu fuori dell'uscio, la figliuola gli aprì la finestra, e stava a
chiacchierare con lui tutta la sera, che tutto il vicinato non parlava d'altro.
- Per te impazzisco, - diceva Turiddu, - e perdo il sonno e l'appetito.
- Chiacchiere.
- Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele per sposarti!
- Chiacchiere.
- Per la Madonna che ti mangerei come il pane!
- Chiacchiere!
- Ah! sull'onor mio!
- Ah! mamma mia! -
Lola che ascoltava ogni sera, nascosta dietro il vaso di basilisco, e si faceva
pallida e rossa, un giorno chiamò Turiddu.
- E così, compare Turiddu, gli amici vecchi non si salutano più?
- Ma! - sospirò il giovinotto, - beato chi può salutarvi!
- Se avete intenzione di salutarmi, lo sapete dove sto di casa! - rispose Lola.
Turiddu tornò a salutarla così spesso che Santa se ne avvide, e gli batté la
finestra sul muso. I vicini se lo mostravano con un sorriso, o con un moto del
capo, quando passava il bersagliere. Il marito di Lola era in giro per le fiere
con le sue mule.
- Domenica voglio andare a confessarmi, ché stanotte ho sognato dell'uva nera!
- disse Lola.
- Lascia stare! lascia stare! - supplicava Turiddu.
- No, ora che s'avvicina la Pasqua, mio marito lo vorrebbe sapere il perché non
sono andata a confessarmi.
- Ah! - mormorava Santa di massaro Cola, aspettando ginocchioni il suo turno
dinanzi al confessionario dove Lola stava facendo il bucato dei suoi peccati. -
Sull'anima mia non voglio mandarti a Roma per la penitenza! -
Compare Alfio tornò colle sue mule, carico di soldoni, e portò in regalo alla
moglie una bella veste nuova per le feste.
- Avete ragione di portarle dei regali, - gli disse la vicina Santa, - perché
mentre voi siete via vostra moglie vi adorna la casa! -
Compare Alfio era di quei carrettieri che portano il berretto sull'orecchio, e a
sentir parlare in tal modo di sua moglie cambiò di colore come se l'avessero
accoltellato. - Santo diavolone! - esclamò, - se non avete visto bene, non vi
lascierò gli occhi per piangere! a voi e a tutto il vostro parentado!
- Non son usa a piangere! - rispose Santa, - non ho pianto nemmeno quando ho
visto con questi occhi Turiddu della gnà Nunzia entrare di notte in casa di
vostra moglie.
- Va bene, - rispose compare Alfio, - grazie tante -.
Turiddu, adesso che era tornato il gatto, non bazzicava più di giorno per la
stradicciuola, e smaltiva l'uggia all'osteria, cogli amici; e la vigilia di
Pasqua avevano sul desco un piatto di salsiccia. Come entrò compare Alfio,
soltanto dal modo in cui gli piantò gli occhi addosso, Turiddu comprese che era
venuto per quell'affare e posò la forchetta sul piatto.
- Avete comandi da darmi, compare Alfio? - gli disse.
- Nessuna preghiera, compare Turiddu, era un pezzo che non vi vedevo, e voleva
parlarvi di quella cosa che sapete voi -.
Turiddu da prima gli aveva presentato un bicchiere, ma compare Alfio lo scansò
colla mano. Allora Turiddu si alzò e gli disse:
- Son qui, compar Alfio -.
Il carrettiere gli buttò le braccia al collo.
- Se domattina volete venire nei fichidindia della Canziria potremo parlare di
quell'affare, compare.
- Aspettatemi sullo stradone allo spuntar del sole, e ci andremo insieme -.
Con queste parole si scambiarono il bacio della sfida. Turiddu strinse fra i
denti l'orecchio del carrettiere, e così gli fece promessa solenne di non
mancare.
Gli amici avevano lasciato la salciccia zitti zitti, e accompagnarono Turiddu
sino a casa. La gnà Nunzia, poveretta, l'aspettava sin tardi ogni sera.
- Mamma, - le disse Turiddu, - vi rammentate quando sono andato soldato, che
credevate non avessi a tornar più? Datemi un bel bacio come allora, perché
domattina andrò lontano -.
Prima di giorno si prese il suo coltello a molla, che aveva nascosto sotto il
fieno, quando era andato coscritto, e si mise in cammino pei fichidindia della
Canziria.
- Oh! Gesummaria! dove andate con quella furia? - piagnucolava Lola sgomenta,
mentre suo marito stava per uscire.
- Vado qui vicino, - rispose compar Alfio, - ma per te sarebbe meglio che io non
tornassi più -.
Lola, in camicia, pregava ai piedi del letto, e si stringeva sulle labbra il
rosario che le aveva portato fra Bernardino dai Luoghi Santi, e recitava tutte
le avemarie che potevano capirvi.
- Compare Alfio, - cominciò Turiddu dopo che ebbe fatto un pezzo di strada
accanto al suo compagno, il quale stava zitto, e col berretto sugli occhi, -
come è vero Iddio so che ho torto e mi lascierei ammazzare. Ma prima di venir
qui ho visto la mia vecchia che si era alzata per vedermi partire, col pretesto
di governare il pollaio, quasi il cuore le parlasse, e quant'è vero Iddio vi
ammazzerò come un cane per non far piangere la mia vecchierella.
- Così va bene, - rispose compare Alfio, spogliandosi del farsetto, - e
picchieremo sodo tutt'e due -.
Entrambi erano bravi tiratori; Turiddu toccò la prima botta, e fu a tempo a
prenderla nel braccio; come la rese, la rese buona, e tirò all'inguinaia.
- Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione di ammazzarmi!
- Sì, ve l'ho detto; ora che ho visto la mia vecchia nel pollaio, mi pare di
averla sempre dinanzi agli occhi.
- Apriteli bene, gli occhi! - gli gridò compar Alfio, - che sto per rendervi la
buona misura -.
Come egli stava in guardia tutto raccolto per tenersi la sinistra sulla ferita,
che gli doleva, e quasi strisciava per terra col gomito, acchiappò rapidamente
una manata di polvere e la gettò negli occhi dell'avversario.
- Ah! - urlò Turiddu accecato, - son morto -.
Ei cercava di salvarsi, facendo salti disperati all'indietro; ma compar Alfio lo
raggiunse con un'altra botta nello stomaco e una terza alla gola.
- E tre! questa è per la casa che tu m'hai adornato. Ora tua madre lascerà
stare le galline -.
Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là fra i fichidindia e poi cadde come un
masso. Il sangue gli gorgogliava spumeggiando nella gola e non poté profferire
nemmeno: - Ah, mamma mia! -
Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso
là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e
gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i
pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la
noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell'ora in
cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell'immensa campagna, e i
muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua
canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:
- Qui di chi è? - sentiva rispondersi: - Di Mazzarò -. E passando vicino a una
fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline
a stormi accoccolate all'ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano
sugli occhi per vedere chi passava: - E qui? - Di Mazzarò -. E cammina e
cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all'improvviso
l'abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si
allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere,
e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il
capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: - Di Mazzarò -. Poi
veniva un uliveto folto come un bosco, dove l'erba non spuntava mai, e la
raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché
il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si
incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio
dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell'acqua
scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla,
le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio
del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora
no, e il canto solitario perduto nella valle. - Tutta roba di Mazzarò. Pareva
che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano,
e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il
sibilo dell'assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande
per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. - Invece
egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato un
baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva
come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì
ch'era ricco come un maiale; ma aveva la testa ch'era un brillante, quell'uomo.
Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella roba, dove
prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll'acqua,
col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si
rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano
dell'eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano. Né per questo egli era
montato in superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese erano suoi
debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore;
ma egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta nera, era la sua
sola grandezza, e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro,
perché costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove
arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga - dappertutto, a destra e a
sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Più di cinquemila
bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che
mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la quale mangiava meno
di tutte, e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di formaggio,
ingozzato in fretta e in furia, all'impiedi, in un cantuccio del magazzino
grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva,
mentre i contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il
vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro
un corbello, nelle calde giornate della mèsse. Egli non beveva vino, non
fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti
lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si
vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne. Di
donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata
anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto.
Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando
andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, ed aveva provato
quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star
colla schiena curva 14 ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a
nerbate se fate di rizzarvi un momento. Per questo non aveva lasciato passare un
minuto della sua vita che non fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso
i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivano in
novembre; e altre file di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le
donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le
sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze che
vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei villaggi interi
alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna, era per la
vendemmia di Mazzarò. Alla mèsse poi i mietitori di Mazzarò sembravano un
esercito di soldati, che per mantenere tutta quella gente, col biscotto alla
mattina e il pane e l'arancia amara a colazione, e la merenda, e le lasagne alla
sera, ci volevano dei denari a manate, e le lasagne si scodellavano nelle madie
larghe come tinozze. Perciò adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei
suoi mietitori, col nerbo in mano, non ne perdeva d'occhio uno solo, e badava a
ripetere: - Curviamoci, ragazzi! - Egli era tutto l'anno colle mani in tasca a
spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che a Mazzarò gli
veniva la febbre, ogni volta.
Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di
grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire tutto; e ogni volta
che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per contare il denaro,
tutto di 12 tarì d'argento, ché lui non ne voleva di carta sudicia per la sua
roba, e andava a comprare la carta sudicia soltanto quando aveva da pagare il
re, o gli altri; e alle fiere gli armenti di Mazzarò coprivano tutto il campo,
e ingombravano le strade, che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e
il santo, colla banda, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.
Tutta quella roba se l'era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non
dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll'affaticarsi
dall'alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col
logorare i suoi stivali e le sue mule - egli solo non si logorava, pensando alla
sua roba, ch'era tutto quello ch'ei avesse al mondo; perché non aveva né
figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è
fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.
Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita, perché la
roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel barone che prima
era stato il padrone di Mazzarò, e l'aveva raccolto per carità nudo e crudo
ne' suoi campi, ed era stato il padrone di tutti quei prati, e di tutti quei
boschi, e di tutte quelle vigne e tutti quegli armenti, che quando veniva nelle
sue terre a cavallo coi campieri dietro, pareva il re, e gli preparavano anche
l'alloggio e il pranzo, al minchione, sicché ognuno sapeva l'ora e il momento
in cui doveva arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani nel sacco. -
Costui vuol essere rubato per forza! - diceva Mazzarò, e schiattava dalle risa
quando il barone gli dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle
mani, borbottando: - Chi è minchione se ne stia a casa, - la roba non è di chi
l'ha, ma di chi la sa fare -. Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non
mandava certo a dire se veniva a sorvegliare la messe, o la vendemmia, e quando,
e come; ma capitava all'improvviso, a piedi o a cavallo alla mula, senza
campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto ai suoi covoni, cogli
occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.
In tal modo a poco a poco Mazzarò divenne il padrone di tutta la roba del
barone; e costui uscì prima dall'uliveto, e poi dalle vigne, e poi dai pascoli,
e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che non passava giorno
che non firmasse delle carte bollate, e Mazzarò ci metteva sotto la sua brava
croce. Al barone non rimase altro che lo scudo di pietra ch'era prima sul
portone, ed era la sola cosa che non avesse voluto vendere, dicendo a Mazzarò:
- Questo solo, di tutta la mia roba, non fa per te -. Ed era vero; Mazzarò non
sapeva che farsene, e non l'avrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava
ancora del tu, ma non gli dava più calci nel di dietro.
- Questa è una bella cosa, d'avere la fortuna che ha Mazzarò! - diceva la
gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti
pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera,
e come quella testa che era un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio
di una macina del mulino, per fare la roba; e se il proprietario di una chiusa
limitrofa si ostinava a non cedergliela, e voleva prendere pel collo Mazzarò,
dover trovare uno stratagemma per costringerlo a vendere, e farcelo cascare,
malgrado la diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la
fertilità di una tenuta la quale non produceva nemmeno lupini, e arrivava a
fargliela credere una terra promessa, sinché il povero diavolo si lasciava
indurre a prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto,
la casa e la chiusa, che Mazzarò se l'acchiappava - per un pezzo di pane. - E
quante seccature Mazzarò doveva sopportare! - I mezzadri che venivano a
lagnarsi delle malannate, i debitori che mandavano in processione le loro donne
a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in
mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o l'asinello, che non avevano da
mangiare.
- Lo vedete quel che mangio io? - rispondeva lui, - pane e cipolla! e sì che ho
i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba -. E se gli
domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva: - Che, vi pare
che l'abbia rubata? Non sapete quanto costano per seminarle, e zapparle, e
raccoglierle? - E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l'aveva.
E non l'aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce ne
volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come
un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva
che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un
pezzo di terra; perché voleva arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re,
ed esser meglio del re, ché il re non può né venderla, né dire ch'è sua.
Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva
lasciarla là dov'era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi
logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne
vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto sul corbello, col
mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi,
e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la
montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo
sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe,
per invidia, e borbottava:
- Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente! -
Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare
all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a
colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: - Roba mia,
vientene con me! -
Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e
vigoroso da bruna - e pure non era più giovane - era pallida come se avesse
sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle
labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.
Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai - di nulla. Le
donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia,
con quell'andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i
loro figliuoli e i loro mariti in un batter d'occhio, con le sue labbra rosse, e
se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da
satanasso, fossero stati davanti all'altare di Santa Agrippina. Per fortuna la
Lupa non veniva mai in chiesa, né a Pasqua, né a Natale, né per ascoltar
messa, né per confessarsi. - Padre Angiolino di Santa Maria di Gesù, un vero
servo di Dio, aveva persa l'anima per lei.
Maricchia, poveretta, buona e brava ragazza, piangeva di nascosto, perché era
figlia della Lupa, e nessuno l'avrebbe tolta in moglie, sebbene ci avesse la sua
bella roba nel cassettone, e la sua buona terra al sole, come ogni altra ragazza
del villaggio.
Una volta la Lupa si innamorò di un bel ragazzo che era tornato da soldato, e
mieteva il fieno con lei nelle chiuse del notaro; ma proprio quello che si dice
innamorarsi, sentirsene ardere le carni sotto al fustagno del corpetto, e
provare, fissandolo negli occhi, la sete che si ha nelle ore calde di giugno, in
fondo alla pianura. Ma colui seguitava a mietere tranquillamente, col naso sui
manipoli, e le diceva: - O che avete, gnà Pina? - Nei campi immensi, dove
scoppiettava soltanto il volo dei grilli, quando il sole batteva a piombo, la
Lupa, affastellava manipoli su manipoli, e covoni su covoni, senza stancarsi
mai, senza rizzarsi un momento sulla vita, senza accostare le labbra al fiasco,
pur di stare sempre alle calcagna di Nanni, che mieteva e mieteva, e le
domandava di quando in quando: - Che volete, gnà Pina? -
Una sera ella glielo disse, mentre gli uomini sonnecchiavano nell'aia, stanchi
della lunga giornata, ed i cani uggiolavano per la vasta campagna nera: - Te
voglio! Te che sei bello come il sole, e dolce come il miele. Voglio te!
- Ed io invece voglio vostra figlia, che è zitella - rispose Nanni ridendo.
La Lupa si cacciò le mani nei capelli, grattandosi le tempie senza dir parola,
e se ne andò; né più comparve nell'aia. Ma in ottobre rivide Nanni, al tempo
che cavavano l'olio, perché egli lavorava accanto alla sua casa, e lo
scricchiolio del torchio non la faceva dormire tutta notte.
- Prendi il sacco delle ulive, - disse alla figliuola, - e vieni con me -.
Nanni spingeva con la pala le ulive sotto la macina, e gridava - Ohi! - alla
mula perché non si arrestasse. - La vuoi mia figlia Maricchia? - gli domandò
la gnà Pina. - Cosa gli date a vostra figlia Maricchia? - rispose Nanni. - Essa
ha la roba di suo padre, e dippiù io le do la mia casa; a me mi basterà che mi
lasciate un cantuccio nella cucina, per stendervi un po' di pagliericcio. - Se
è così se ne può parlare a Natale - disse Nanni. Nanni era tutto unto e
sudicio dell'olio e delle olive messe a fermentare, e Maricchia non lo voleva a
nessun patto; ma sua madre l'afferrò pe' capelli, davanti al focolare, e le
disse co' denti stretti: - Se non lo pigli, ti ammazzo! -
La Lupa era quasi malata, e la gente andava dicendo che il diavolo quando
invecchia si fa eremita. Non andava più in qua e di là; non si metteva più
sull'uscio, con quegli occhi da spiritata. Suo genero, quando ella glieli
piantava in faccia, quegli occhi, si metteva a ridere, e cavava fuori l'abitino
della Madonna per segnarsi. Maricchia stava in casa ad allattare i figliuoli, e
sua madre andava nei campi, a lavorare cogli uomini, proprio come un uomo, a
sarchiare, a zappare, a governare le bestie, a potare le viti, fosse stato greco
e levante di gennaio, oppure scirocco di agosto, allorquando i muli lasciavano
cader la testa penzoloni, e gli uomini dormivano bocconi a ridosso del muro a
tramontana. In quell'ora fra vespero e nona, in cui non ne va in volta femmina
buona, la gnà Pina era la sola anima viva che si vedesse errare per la
campagna, sui sassi infuocati delle viottole, fra le stoppie riarse dei campi
immensi, che si perdevano nell'afa, lontan lontano, verso l'Etna nebbioso, dove
il cielo si aggravava sull'orizzonte.
- Svegliati! - disse la Lupa a Nanni che dormiva nel fosso, accanto alla siepe
polverosa, col capo fra le braccia. - Svegliati, ché ti ho portato il vino per
rinfrescarti la gola -.
Nanni spalancò gli occhi imbambolati, fra veglia e sonno, trovandosela dinanzi
ritta, pallida, col petto prepotente, e gli occhi neri come il carbone, e stese
brancolando le mani.
- No! non ne va in volta femmina buona nell'ora fra vespero e nona! -
singhiozzava Nanni, ricacciando la faccia contro l'erba secca del fossato, in
fondo in fondo, colle unghie nei capelli. - Andatevene! andatevene! non ci
venite più nell'aia! -
Ella se ne andava infatti, la Lupa, riannodando le trecce superbe, guardando
fisso dinanzi ai suoi passi nelle stoppie calde, cogli occhi neri come il
carbone.
Ma nell'aia ci tornò delle altre volte, e Nanni non le disse nulla; e quando
tardava a venire, nell'ora fra vespero e nona, egli andava ad aspettarla in cima
alla viottola bianca e deserta, col sudore sulla fronte - e dopo si cacciava le
mani nei capelli, e le ripeteva ogni volta: - Andatevene! andatevene! Non ci
tornate più nell'aia! -
Maricchia piangeva notte e giorno, e alla madre le piantava in faccia gli occhi
ardenti di lagrime e di gelosia, come una lupacchiotta anch'essa, quando la
vedeva tornare da' campi pallida e muta ogni volta. - Scellerata! - le diceva. -
Mamma scellerata!
- Taci!
- Ladra! ladra!
- Taci!
- Andrò dal brigadiere, andrò!
- Vacci!
E ci andò davvero, coi figli in collo, senza temere di nulla, e senza versare
una lagrima, come una pazza, perché adesso l'amava anche lei quel marito che le
avevano dato per forza, unto e sudicio dalle olive messe a fermentare.
Il brigadiere fece chiamare Nanni, e lo minacciò della galera e della forca.
Nanni si diede a singhiozzare ed a strapparsi i capelli; non negò nulla, non
tentò scolparsi. - È la tentazione! - diceva; - è la tentazione dell'inferno!
- Si buttò ai piedi del brigadiere supplicandolo di mandarlo in galera.
- Per carità, signor brigadiere, levatemi da questo inferno! Fatemi ammazzare,
mandatemi in prigione! non me la lasciate veder più, mai! mai!
- No! - rispose però la Lupa al brigadiere - Io mi son riserbato un cantuccio
della cucina per dormirvi, quando gli ho dato la mia casa in dote. La casa è
mia; non voglio andarmene.
Poco dopo, Nanni s'ebbe nel petto un calcio dal mulo, e fu per morire; ma il
parroco ricusò di portargli il Signore se la Lupa non usciva di casa. La Lupa
se ne andò, e suo genero allora si poté preparare ad andarsene anche lui da
buon cristiano; si confessò e comunicò con tali segni di pentimento e di
contrizione che tutti i vicini e i curiosi piangevano davanti al letto del
moribondo. E meglio sarebbe stato per lui che fosse morto in quel tempo, prima
che il diavolo tornasse a tentarlo e a ficcarglisi nell'anima e nel corpo quando
fu guarito. - Lasciatemi stare! - diceva alla Lupa- Per carità, lasciatemi in
pace! Io ho visto la morte cogli occhi! La povera Maricchia non fa che
disperarsi. Ora tutto il paese lo sa! Quando non vi vedo è meglio per voi e per
me... -
Ed avrebbe voluto strapparsi gli occhi per non vedere quelli della Lupa, che
quando gli si ficcavano ne' suoi gli facevano perdere l'anima ed il corpo. Non
sapeva più che fare per svincolarsi dall'incantesimo. Pagò delle messe alle
anime del Purgatorio, e andò a chiedere aiuto al parroco e al brigadiere. A
Pasqua andò a confessarsi, e fece pubblicamente sei palmi di lingua a
strasciconi sui ciottoli del sacrato innanzi alla chiesa, in penitenza - e poi,
come la Lupa tornava a tentarlo:
- Sentite! - le disse, - non ci venite più nell'aia, perché se tornate a
cercarmi, com'è vero Iddio, vi ammazzo!
- Ammazzami, - rispose la Lupa, - ché non me ne importa; ma senza di te non
voglio starci -.
Ei come la scorse da lontano, in mezzo a' seminati verdi, lasciò di zappare la
vigna, e andò a staccare la scure dall'olmo. La Lupa lo vide venire, pallido e
stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arretrò di un sol
passo, non chinò gli occhi, seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di
manipoli di papaveri rossi, e mangiandoselo con gli occhi neri. - Ah! malanno
all'anima vostra! - balbettò Nanni.
ROSSO MALPELO
Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed
aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva
di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo
chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo,
aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con
quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c'era anche a temere che
ne sottraesse un paio, di quei soldi; e nel dubbio, per non sbagliare, la
sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.
Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più;
e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno
avrebbe voluto vedersi davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo
accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.
Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno,
mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro
minestra, e facevano un po' di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col
suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel suo pane di otto giorni, come
fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli
tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata.
Ei c'ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell'asino grigio,
senza osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e lordo di rena rossa, che la sua
sorella s'era fatta sposa, e aveva altro pel capo: nondimeno era conosciuto come
la bettonica per tutto Monserrato e la Caverna, tanto che la cava dove lavorava
la chiamavano "la cava di Malpelo", e cotesto al padrone gli seccava
assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo
padre, era morto nella stessa cava.
Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a
cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno della cava, e s'era
calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro
Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del
lunedì. Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva
potuto lasciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo
chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l'asino da basto di tutta la cava. Ei,
povero diavolaccio, lasciava dire, e si contentava di buscarsi il pane colle sue
braccia, invece di menarle addosso ai compagni, e attaccar brighe. Malpelo
faceva un visaccio, come se quelle soperchierie cascassero sulle sue spalle, e
così piccolo com'era aveva di quelle occhiate che facevano dire agli altri: -
Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre -.
Invece nemmen suo padre ci morì, nel suo letto, tuttoché fosse una buona
bestia. Zio Mommu lo sciancato, aveva detto che quel pilastro lì ei non
l'avrebbe tolto per venti onze, tanto era pericoloso; ma d'altra parte tutto è
pericolo nelle cave, e se si sta a badare al pericolo, è meglio andare a fare
l'avvocato.
Adunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che
l'avemaria era suonata da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano accesa la
pipa e se n'erano andati dicendogli di divertirsi a grattarsi la pancia per amor
del padrone, e raccomandandogli di non fare la morte del sorcio. Ei, che c'era
avvezzo alle beffe, non dava retta, e rispondeva soltanto cogli "ah!
ah!" dei suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbottava:
- Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata! -
e così andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo appalto,
il cottimante!
Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e
girava al pari di un arcolaio; ed il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di
zappa, contorcevasi e si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e
dicesse ohi! ohi! anch'esso. Malpelo andava sgomberando il terreno, e metteva al
sicuro il piccone, il sacco vuoto ed il fiasco del vino.
Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: - Tirati indietro!
- oppure: - Sta attento! Sta attento se cascano dall'alto dei sassolini o della
rena grossa! - Tutt'a un tratto non disse più nulla, e Malpelo, che si era
voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un rumore sordo e soffocato, come
fa la rena allorché si rovescia tutta in una volta; ed il lume si spense.
Quella sera in cui vennero a cercare in tutta fretta l'ingegnere che dirigeva i
lavori della cava ei si trovava a teatro, e non avrebbe cambiato la sua poltrona
con un trono, perch’era gran dilettante. Rossi rappresentava l’Amleto, e
c’era un bellissimo teatro. Sulla porta si vide accerchiato da tutte le
femminucce di Monserrato, che strillavano e si picchiavano il petto per
annunziare la gran disgrazia ch'era toccata a comare Santa, la sola, poveretta,
che non dicesse nulla, e sbatteva i denti , quasi fosse in gennaio. L'ingegnere,
quando gli ebbero detto il caso era avvenuto da da circa quattro ore, domandò
cosa venissero a fare da lui dopo quattro ore. Nondimeno ci andò con scale e
torce a vento, ma passarono altre due ore, e fecero sei, e lo sciancato disse
che a sgomberare il sotterraneo dal materiale caduto ci voleva una settimana.
Altro che quaranta carra di rena! Della rena ne era caduta una montagna, tutta
fina e ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani, e dovea
prendere il doppio di calce. Ce n'era da riempire delle carra per delle
settimane. Il bell'affare di mastro Bestia!
L’ingegnere se ne tornò a veder seppellire Ofelia; e gli altri minatori si
strinsero nelle spalle, e se ne tornarono a casa ad uno ad uno. Nella ressa e
nel gran chiacchierio non badarono a una voce di fanciullo, la quale non aveva
più nulla di umano, e strillava: - Scavate! scavate qui! presto! -
To'! - disse lo sciancato. - È Malpelo! Da dove è venuto fuori Malpelo?
– Se tu non fossi stato malpelo, non te la saresti scappata, no! – Gli altri
si misero a ridere, e chi diceva che Malpelo avea il diavolo dalla sua, un altro
che avea il cuoio duro a mo’ dei gatti.
Malpelo non rispondeva nulla, non piangeva nemmeno, scavava colle unghie colà,
nella rena, dentro la buca, sicché nessuno s'era accorto di lui; e quando si
accostarono col lume, gli videro tal viso stravolto, e tali occhiacci invetrati,
e tale schiuma alla bocca da far paura; le unghie gli si erano strappate e gli
pendevano dalle mani tutte in sangue. Poi quando vollero toglierlo di là fu un
affar serio; non potendo più graffiare, mordeva come un cane arrabbiato, e
dovettero afferrarlo pei capelli, per tirarlo via a viva forza.
Però infine tornò alla cava dopo qualche giorno, quando sua madre
piagnucolando ve lo condusse per mano; giacché, alle volte, il pane che si
mangia non si può andare a cercarlo di qua e di là. Anzi non volle più
allontanarsi da quella galleria, e sterrava con accanimento, quasi ogni corbello
di rena lo levasse di sul petto a suo padre. Alle volte, mentre zappava, si
fermava bruscamente, colla zappa in aria, il viso torvo e gli occhi stralunati,
e sembrava che stesse ad ascoltare qualche cosa che il suo diavolo gli
susurrasse negli orecchi, dall'altra parte della montagna di rena caduta. In
quei giorni era più tristo e cattivo del solito, talmente che non mangiava
quasi, e il pane lo buttava al cane, come se non fosse grazia di Dio. Il cane
gli voleva bene, perché i cani non guardano altro che la mano la quale dà loro
il pane. Ma l'asino grigio, povera bestia, sbilenca e macilenta, sopportava
tutto lo sfogo della cattiveria di Malpelo; ei lo picchiava senza pietà, col
manico della zappa, e borbottava:
- Così creperai più presto! -
Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in corpo, e
lavorava al pari di quei bufali feroci che si tengono coll'anello di ferro al
naso. Sapendo che era malpelo, ei si acconciava ad esserlo il peggio che fosse
possibile, e se accadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o che
un asino si rompeva una gamba, o che crollava un pezzo di galleria, si sapeva
sempre che era stato lui; e infatti ei si pigliava le busse senza protestare,
proprio come se le pigliano gli asini che curvano la schiena, ma seguitano a
fare a modo loro. Cogli altri ragazzi poi era addirittura crudele, e sembrava
che si volesse vendicare sui deboli di tutto il male che s'immaginava gli
avessero fatto, a lui e al suo babbo. Certo ei provava uno strano diletto a
rammentare ad uno ad uno tutti i maltrattamenti ed i soprusi che avevano fatto
subire a suo padre, e del modo in cui l'avevano lasciato crepare. E quando era
solo borbottava: - Anche con me fanno così! e a mio padre gli dicevano Bestia,
perché ei non faceva così! - E una volta che passava il padrone,
accompagnandolo con un'occhiata torva: - È stato lui! per trentacinque tarì! -
E un'altra volta, dietro allo Sciancato: - E anche lui! e si metteva a ridere!
Io l'ho udito, quella sera! -
Per un raffinamento di malignità sembrava aver preso a proteggere un povero
ragazzetto, venuto a lavorare da poco tempo nella cava, il quale per una caduta
da un ponte s'era lussato il femore, e non poteva far più il manovale. Il
poveretto, quando portava il suo corbello di rena in spalla, arrancava in modo
che sembrava ballasse la tarantella, e aveva fatto ridere tutti quelli della
cava, così che gli avevano messo nome Ranocchio; ma lavorando sotterra, così
Ranocchio com'era, il suo pane se lo buscava, e Malpelog liene dava anche del
suo, per prendersi il gusto di tiranneggiarlo, dicevano.
Infatti egli lo tormentava in cento modi. Ora lo batteva senza un motivo e senza
misericordia, e se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più forte, con
maggiore accanimento, e gli diceva: - To', bestia! Bestia sei! Se non ti senti
l'animo di difenderti da me che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai
pestare il viso da questo e da quello! -
O se Ranocchio si asciugava il sangue che gli usciva dalla bocca o dalle narici:
- Così, come ti cuocerà il dolore delle busse, imparerai a darne anche tu! -
Quando cacciava un asino carico per la ripida salita del sotterraneo, e lo
vedeva puntare gli zoccoli, rifinito, curvo sotto il peso, ansante e coll'occhio
spento, ei lo batteva senza misericordia, col manico della zappa, e i colpi
suonavano secchi sugli stinchi e sulle costole scoperte. Alle volte la bestia si
piegava in due per le battiture, ma stremo di forze, non poteva fare un passo, e
cadeva sui ginocchi, e ce n'era uno il quale era caduto tante volte, che ci
aveva due piaghe alle gambe. E Malpelo allora confidava a Ranocchio: - L'asino
va picchiato, perché non può picchiar lui; e s'ei potesse picchiare, ci
pesterebbe sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi -.
Oppure: - Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi;
così coloro su cui cadranno ti terranno per da più di loro, e ne avrai tanti
di meno addosso-
Lavorando di piccone o di zappa poi menava le mani con accanimento, a mo' di uno
che l'avesse con la rena, e batteva e ribatteva coi denti stretti, e con quegli
ah! ah! che aveva suo padre. - La rena è traditora, - diceva a Ranocchio
sottovoce; - somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la
faccia, e se sei più forte, o siete in molti, come fa lo Sciancato, allora si
lascia vincere. Mio padre la batteva sempre, ed egli non batteva altro che la
rena, perciò lo chiamavano Bestia, e la rena se lo mangiò a tradimento, perché
era più forte di lui -.
Ogni volta che a Ranocchio toccava un lavoro troppo pesante, e Ranocchio
piagnucolava a guisa di una femminuccia, Malpelo lo picchiava sul dorso, e lo
sgridava: - Taci, pulcino! - e se Ranocchio non la finiva più, ei gli dava una
mano, dicendo con un certo orgoglio: - Lasciami fare; io sono più forte di te
-. Oppure gli dava la sua mezza cipolla, e si contentava di mangiarsi il pane
asciutto, e si stringeva nelle spalle, aggiungendo: - Io ci sono avvezzo -.
Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di
badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a
dormire sui sassi colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro;
anche a digiunare era avvezzo, allorché il padrone lo puniva levandogli il pane
o la minestra. Ei diceva che la razione di busse non gliel'aveva levata mai, il
padrone; ma le busse non costavano nulla. Non si lamentava però, e si vendicava
di soppiatto, a tradimento, con qualche tiro di quelli che sembrava ci avesse
messo la coda il diavolo: perciò ei si pigliava sempre i castighi, anche quando
il colpevole non era stato lui. Già se non era stato lui sarebbe stato capace
di esserlo, e non si giustificava mai: per altro sarebbe stato inutile. E
qualche volta, come Ranocchio spaventato lo scongiurava piangendo di dire la
verità, e di scolparsi, ei ripeteva: - A che giova? Sono malpelo! - e nessuno
avrebbe potuto dire se quel curvare il capo e le spalle sempre fosse effetto di
bieco orgoglio o di disperata rassegnazione, e non si sapeva nemmeno se la sua
fosse salvatichezza o timidità. Il certo era che nemmeno sua madre aveva avuta
mai una carezza da lui, e quindi non gliene faceva mai.
Il sabato sera, appena arrivava a casa con quel suo visaccio imbrattato di
lentiggini e di rena rossa, e quei cenci che gli piangevano addosso da ogni
parte, la sorella afferrava il manico della scopa, se si metteva sull'uscio in
quell'arnese, ché avrebbe fatto scappare il suo damo se avesse visto che razza
di cognato gli toccava sorbirsi; la madre era sempre da questa o da quella
vicina, e quindi egli andava a rannicchiarsi sul suo saccone come un cane
malato. Adunque, la domenica, in cui tutti gli altri ragazzi del vicinato si
mettevano la camicia pulita per andare a messa o per ruzzare nel cortile, ei
sembrava non avesse altro spasso che di andar randagio per le vie degli orti, a
dar la caccia a sassate alle povere lucertole, le quali non gli avevano fatto
nulla, oppure a sforacchiare le siepi dei fichidindia. Per altro le beffe e le
sassate degli altri fanciulli non gli piacevano.
La vedova di mastro Misciu era disperata di aver per figlio quel malarnese, come
dicevano tutti, ed egli era ridotto veramente come quei cani, che a furia di
buscarsi dei calci e delle sassate da questo e da quello, finiscono col mettersi
la coda fra le gambe e scappare alla prima anima viva che vedono, e diventano
affamati, spelati e selvatici come lupi. Almeno sottoterra, nella cava della
rena, brutto e cencioso e sbracato com'era, non lo beffavano più, e sembrava
fatto apposta per quel mestiere persin nel colore dei capelli, e in quegli
occhiacci di gatto che ammiccavano se vedevano il sole. Così ci sono degli
asini che lavorano nelle cave per anni ed anni senza uscirne mai più, ed in
quei sotterranei, dove il pozzo d'ingresso è verticale, ci si calan colle funi,
e ci restano finché vivono. Sono asini vecchi, è vero, comprati dodici o
tredici lire, quando stanno per portarli alla Plaja, a strangolarli; ma pel
lavoro che hanno da fare laggiù sono ancora buoni; e Malpelo, certo, non valeva
di più; e se veniva fuori dalla cava il sabato sera, era perché aveva anche le
mani per aiutarsi colla fune, e doveva andare a portare a sua madre la paga
della settimana.
Certamente egli avrebbe preferito di fare il manovale, come Ranocchio, e
lavorare cantando sui ponti, in alto, in mezzo all'azzurro del cielo, col sole
sulla schiena, - o il carrettiere, come compare Gaspare, che veniva a prendersi
la rena della cava, dondolandosi sonnacchioso sulle stanghe, colla pipa in
bocca, e andava tutto il giorno per le belle strade di campagna; - o meglio
ancora, avrebbe voluto fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in
mezzo al verde, sotto i folti carrubbi, e il mare turchino là in fondo, e il
canto degli uccelli sulla testa. Ma quello era stato il mestiere di suo padre, e
in quel mestiere era nato lui. E pensando a tutto ciò, indicava a Ranocchio il
pilastro che era caduto addosso al genitore, e dava ancora della rena fina e
bruciata che il carrettiere veniva a caricare colla pipa in bocca, e
dondolandosi sulle stanghe, e gli diceva che quando avrebbero finito di sterrare
si sarebbe trovato il cadavere di suo padre, il quale doveva avere dei calzoni
di fustagno quasi nuovi. Ranocchio aveva paura, ma egli no. Ei narrava che era
stato sempre là, da bambino, e aveva sempre visto quel buco nero, che si
sprofondava sotterra, dove il padre soleva condurlo per mano. Allora stendeva le
braccia a destra e a sinistra, e descriveva come l'intricato laberinto delle
gallerie si stendesse sotto i loro piedi dappertutto, di qua e di là, sin dove
potevano vedere la sciara nera e desolata, sporca di ginestre riarse, e come
degli uomini ce n'erano rimasti tanti, o schiacciati, o smarriti nel buio, e che
camminano da anni e camminano ancora, senza poter scorgere lo spiraglio del
pozzo pel quale sono entrati, e senza poter udire le strida disperate dei figli,
i quali li cercano inutilmente.
Ma una volta in cui riempiendo i corbelli si rinvenne una delle scarpe di mastro
Misciu, ei fu colto da tal tremito che dovettero tirarlo all'aria aperta colle
funi, proprio come un asino che stesse per dar dei calci al vento. Però non si
poterono trovare né i calzoni quasi nuovi, né il rimanente di mastro Misciu;
sebbene i pratici asserissero che quello doveva essere il luogo preciso dove il
pilastro gli si era rovesciato addosso; e qualche operaio, nuovo al mestiere,
osservava curiosamente come fosse capricciosa la rena, che aveva sbatacchiato il
Bestia di qua e di là, le scarpe da una parte e i piedi dall'altra.
Dacché poi fu trovata quella scarpa, Malpelo fu colto da tal paura di veder
comparire fra la rena anche il piede nudo del babbo, che non volle mai più
darvi un colpo di zappa, gliela dessero a lui sul capo, la zappa. Egli andò a
lavorare in un altro punto della galleria, e non volle più tornare da quelle
parti. Due o tre giorni dopo scopersero infatti il cadavere di mastro Misciu,
coi calzoni indosso, e steso bocconi che sembrava imbalsamato. Lo zio Mommu
osservò che aveva dovuto stentar molto a morire, perché il pilastro gli si era
piegato in arco addosso, e l'aveva seppellito vivo: si poteva persino vedere
tutt'ora che mastro Bestia avea tentato istintivamente di liberarsi scavando
nella rena, e avea le mani lacerate e le unghie rotte.
- Proprio come suo figlio Malpelo! - ripeteva lo sciancato- ei scavava di qua,
mentre suo figlio scavava di là -. Però non dissero nulla al ragazzo, per la
ragione che lo sapevano maligno e vendicativo.
Il carrettiere sbarazzò il sotterraneo dal cadavere al modo istesso che lo
sbarazzava dalla la rena caduta e dagli asini morti, ché stavolta, oltre al
lezzo del carcame, c’era che il carcame era di carne battezzata, e la vedova
rimpiccolì i calzoni e la camicia, e li adattò a Malpelo, il quale così fu
vestito quasi a nuovo per la prima volta, e le scarpe furono messe in serbo per
quando ei fosse cresciuto, giacché rimpiccolirsi le scarpe non si potevano, e
il fidanzato della sorella non ne aveva volute le scarpe del morto.
Malpelo se li lisciava sulle gambe, quei calzoni di fustagno quasi nuovo, gli
pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo, che solevano
accarezzargli i capelli, così ruvidi e rossi com’erano. Quelle scarpe le
teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del
papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le
metteva per terra, l'una accanto all'altra, e stava a contemplarsele coi gomiti
sui ginocchi e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando chi sa
quali idee in quel cervellaccio.
Ei possedeva delle idee strane, Malpelo! Siccome aveva ereditato anche il
piccone e la zappa del padre, se ne serviva, quantunque fossero troppo pesanti
per l'età sua; e quando gli aveano chiesto se voleva venderli, che glieli
avrebbero pagati come nuovi, egli aveva risposto di no. Suo padre li aveva resi
così lisci e lucenti nel manico colle sue mani, ed ei non avrebbe potuto
farsene degli altri più lisci e lucenti di quelli, se ci avesse lavorato cento
e poi cento anni.
In quel tempo era crepato di stenti e di vecchiaia l'asino grigio; e il
carrettiere era andato a buttarlo lontano nella sciara. - Così si fa, -
brontolava Malpelo;- gli arnesi che non servono più, si buttano lontano -. Egli
andava a visitare il carcame del grigio in fondo al burrone, e vi conduceva a
forza anche Ranocchio, il quale non avrebbe voluto andarci; e Malpelo gli diceva
che a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni cosa, bella o
brutta; e stava a considerare con l'avida curiosità di un monellaccio i cani
che accorrevano da tutte le fattorie dei dintorni a disputarsi le carni del
grigio. I cani scappavano guaendo, come comparivano i ragazzi, e si aggiravano
ustolando sui greppi dirimpetto, ma il Rosso non lasciava che Ranocchio li
scacciasse a sassate. - Vedi quella cagna nera, - gli diceva, - che non ha paura
delle tue sassate! Non ha paura perché ha più fame degli altri. Gliele vedi
quelle costole? Adesso non soffriva più l'asino grigio se ne stava tranquillo,
colle quattro zampe distese, e lasciava che i cani si divertissero a vuotargli
le occhiaie profonde, e a spolpargli le ossa bianche; e i denti che gli
laceravano le viscere non gli avrebbero fatto piegare la schiena come il più
semplice colpo di badile che solevano dargli onde mettergli in corpo un po’ di
vigore quando saliva la ripida viuzza. - Ecco come vanno le cose! Anche il
grigio ha avuto dei colpi di zappa e delle guidalesche; e anch'esso quando
piegava sotto il peso, o gli mancava il fiato per andare innanzi, aveva di
quelle occhiate, mentre lo battevano, che sembrava dicesse: "Non più! non
più!". Ma ora gli occhi se li mangiano i cani, ed esso se ne ride dei
colpi e delle guidalesche, con quella bocca spolpata e tutta denti. E se non
fosse mai nato sarebbe stato meglio -.
La sciarasi stendeva malinconica e deserta, fin dove giungeva la vista, e saliva
e scendeva in picchi e burroni, nera e rugosa, senza un grillo che vi trillasse,
o un uccello che vi volasse su. Non si udiva nulla, nemmeno i colpi di piccone
di coloro che lavoravano sotterra. E ogni volta Malpelo ripeteva che al di
sotto era tutta scavata dalle gallerie, per ogni dove, verso il monte e
verso la valle; tanto che una volta un minatore c'era entrato coi capelli neri,
e n'era uscito coi capelli bianchi, e un altro, cui s'era spenta la torcia,
aveva invano gridato aiuto, ma nessuno poteva udirlo.
- Egli solo ode le sue stesse grida! - diceva, e a quell'idea, sebbene avesse il
cuore più duro della sciara, trasaliva.
- Il padrone mi manda spesso lontano, dove gli altri hanno paura d'andare. Ma io
sono Malpelo, e se io non torno più, nessuno mi cercherà -.
Pure, durante le belle notti d'estate, le stelle splendevano lucenti anche sulla
sciara, e la campagna circostante era nera anch'essa, come la sciara, ma
Malpelo, stanco della lunga giornata di lavoro, si sdraiava sul sacco, col viso
verso il cielo, a godersi quella quiete e quella luminaria dell'alto; perciò
odiava le notti di luna, in cui il mare formicola di scintille, e la campagna si
disegna qua e là vagamente - allora la sciara sembra più brulla e desolata.
- Per noi che siamo fatti per vivere sotterra, - pensava Malpelo, - ci dovrebbe
essere buio sempre e da per tutto -.
La civetta strideva sulla sciara, e ramingava di qua e di là; ei pensava:
- Anche la civetta sente i morti che son qua sotterra, e si dispera perché non
può andare a trovarli -.
Ranocchio aveva paura delle civette e dei pipistrelli; ma il Rosso lo sgridava,
perché chi è costretto a star solo non deve aver paura di nulla, e nemmeno
l'asino grigio aveva paura dei cani che se lo spolpavano, ora che le sue carni
non sentivano più il dolore di esser mangiate.
- Tu eri avvezzo a lavorar sui tetti come i gatti, - gli diceva, - e allora era
tutt'altra cosa. Ma adesso che ti tocca a viver sotterra, come i topi, non
bisogna più aver paura dei topi, né dei pipistrelli, che son topi vecchi con
le ali; e i topi ci stanno volentieri in compagnia dei morti -.
Ranocchio invece provava una tale compiacenza a spiegargli quel che ci stessero
a far le stelle lassù in alto; e gli raccontava che lassù c'era il paradiso,
dove vanno a stare i morti che sono stati buoni, e non hanno dato dispiaceri ai
loro genitori. - Chi te l'ha detto? - domandava Malpelo, e Ranocchio rispondeva
che glielo aveva detto la mamma.
Allora Malpelo si grattava il capo, e sorridendo gli faceva un certo verso da
monellaccio malizioso che la sa lunga. - Tua madre ti dice così perché, invece
dei calzoni, tu dovresti portar la gonnella -. E dopo averci pensato su un po':
- Mio padre era buono, e non faceva male a nessuno, tanto che gli dicevano
Bestia. Invece è là sotto, ed hanno persino trovato i ferri e le scarpe e
questi calzoni qui che ho indosso io -.
Da lì a poco, Ranocchio, il quale deperiva da qualche tempo, si ammalò in modo
che la sera dovevano portarlo fuori dalla cava sull'asino, disteso fra le corbe,
tremante di febbre come un pulcin bagnato. Un operaio disse che quel ragazzo non
ne avrebbe fatto osso duro a quel mestiere, e che per lavorare in una miniera,
senza lasciarvi la pelle, bisognava nascervi. Malpelo allora si sentiva
orgoglioso di esserci nato, e di mantenersi così sano e vigoroso in quell'aria
malsana, e con tutti quegli stenti. Ei si caricava Ranocchio sulle spalle, e gli
faceva animo alla sua maniera, sgridandolo e picchiandolo. Ma una volta, nel
picchiarlo sul dorso, Ranocchio fu colto da uno sbocco di sangue; allora Malpelo
spaventato si affannò a cercargli nel naso e dentro la bocca cosa gli avesse
fatto, e giurava che non avea potuto fargli quel gran male, così come l'aveva
battuto, e a dimostrarglielo, si dava dei gran pugni sul petto e sulla schiena,
con un sasso; anzi un operaio, lì presente, gli sferrò un gran calcio sulle
spalle: un calcio che risuonò come su di un tamburo, eppure Malpelo non si
mosse, e soltanto dopo che l'operaio se ne fu andato, aggiunse:
- Lo vedi? Non mi ha fatto nulla! E ha picchiato più forte di me, ti giuro! -
Intanto Ranocchio non guariva, e seguitava a sputar sangue, e ad aver la febbre
tutti i giorni. Allora Malpelo rubò dei soldi della paga della settimana, per
comperargli del vino e della minestra calda, e gli diede i suoi calzoni quasi
nuovi, che lo coprivano meglio. Ma Ranocchio tossiva sempre, e alcune volte
sembrava soffocasse; e la sera poi non c'era modo di vincere il ribrezzo della
febbre, né con sacchi, né coprendolo di paglia, né mettendolo dinanzi alla
fiammata. Malpelo se ne stava zitto ed immobile, chino su di lui, colle mani sui
ginocchi, fissandolo con quei suoi occhiacci spalancati, come se volesse fargli
il ritratto, e allorché lo udiva gemere sottovoce, e gli vedeva il viso
trafelato e l'occhio spento, preciso come quello dell'asino grigio allorché
ansava rifinito sotto il carico nel salire la viottola, ei
gli borbottava:
- È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire in tal modo, è meglio che tu
crepi! -
E il padrone diceva che Malpelo era capace di schiacciargli il capo, a quel
ragazzo, e bisognava sorvegliarlo.
Finalmente un lunedì Ranocchio non venne più alla cava, e il padrone se ne lavò
le mani, perché allo stato in cui era ridotto oramai era più di impiccio che
d’altro. Malpelo si informò dove stesse di casa, e il sabato andò a
trovarlo. Il povero Ranocchio era più di là che di qua, e sua madre piangeva e
si disperava come se il suo figliuolo fosse di quelli che guadagnano dieci lire
la settimana.
Cotesto non arrivava a comprendere Malpelo, e domandò a Ranocchio perché sua
madre strillasse a quel modo, mentre che da due mesi ei non guadagnava nemmeno
quel che si mangiava. Ma il povero Ranocchio non gli dava retta, e sembrava che
badasse a contare quanti travicelli c'erano sul tetto. Allora il Rosso si diede
ad almanaccare che la madre di Ranocchio strillasse a quel modo perché il suo
figliuolo era sempre stato debole e malaticcio, e l'aveva tenuto come quei
marmocchi che non si slattano mai. Egli invece era stato sano e robusto, ed era
malpelo, e sua madre non aveva mai pianto per lui, perché non aveva mai avuto
timore di perderlo.
Poco dopo, alla cava dissero che Ranocchio era morto, ed ei pensò che la
civetta adesso strideva anche per lui nela notte, e tornò a visitare le ossa
spolpate del grigio, nel burrone dove solevano andare insieme con Ranocchio. Ora
del grigio non rimanevano più che le ossa sgangherate, ed anche di Ranocchio
sarebbe stato così, e sua madre si sarebbe asciugati gli occhi, poiché anche
la madre di Malpelo s'era asciugati i suoi, dopo che mastro Misciu era morto, e
adesso si era maritata un'altra volta, ed era andata a stare a Cifali; anche la
sorella si era maritata e avevano chiusa la casa. D'ora in poi, se lo battevano,
a loro non importava più nulla, e a lui nemmeno, e quando sarebbe divenuto come
il grigio o come Ranocchio, non avrebbe sentito più nulla.
Verso quell'epoca venne a lavorare nella cava uno che non s'era mai visto, e si
teneva nascosto il più che poteva. Gli altri operai dicevano fra di loro che
era scappato dalla prigione, e se lo pigliavano ce lo tornavano a chiudere per
degli anni e degli anni. Malpelo seppe in quell'occasione che la prigione era un
luogo dove si mettevano i ladri, e i malarnesi come lui, e si tenevano sempre
chiusi là dentro e guardati a vista.
Da quel momento provò una malsana curiosità per quell'uomo che aveva provata
la prigione e ne era scappato. Dopo poche settimane però il fuggitivo dichiarò
chiaro e tondo che era stanco di quella vitaccia da talpa, e piuttosto si
contentava di stare in galera tutta la vita, ché la prigione, in confronto, era
un paradiso, e preferiva tornarci coi suoi piedi.
- Allora perché tutti quelli che lavorano nella cava non si fanno mettere in
prigione? - domandò Malpelo.
- Perché non sono malpelo come te! - rispose lo Sciancato.- Ma non temere, che
tu ci andrai e ci lascerai le ossa! -
Invece le ossa le lasciò nella cava, Malpelo come suo padre, ma in modo
diverso. Una volta si doveva esplorare un passaggio che si riteneva comunicasse
col pozzo grande a sinistra, verso la valle, e se la cosa era vera, si sarebbe
risparmiata una buona metà di mano d'opera nel cavar fuori la rena. Ma se non
era vero c'era il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più. Sicché
nessun padre di famiglia voleva avventurarvisi, né avrebbe permesso che ci si
arrischiasse il sangue suo, per tutto l'oro del mondo.
Ma Malpelo non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l'oro del mondo per la sua
pelle, se pure la sua pelle valeva tutto l’oro del mondo; sua madre si era
rimaritata e se ne era andata a stare a Cifali, e sua sorella s’era maritata
anch’essa. La porta della casa era chiusa, ed ei non aveva altro che le scarpe
di suo padre appese al chiodo; perciò gli commettevano sempre i lavori più
pericolosi, e le imprese più arrischiate, e s’ei non si aveva riguardo
alcuno, gli altri non ne avevano certamente per lui. Quando lo mandarono per
quella esplorazione si risovvenne del minatore, il quale si era smarrito, da
anni ed anni, e cammina e cammina ancora al buio, gridando aiuto, senza che
nessuno possa udirlo. Ma non disse nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese
gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane e
il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla di lui.
Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano la
voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo
comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.
Il focolare domestico era sempre ai miei occhi una figura rettorica, buona per incorniciarvi gli affetti più miti e sereni, come il raggio di luna per baciare le chiome bionde; ma sorridevo allorquando sentivo dirmi che il fuoco del camino è quasi un amico. Sembravami in verità un amico troppo necessario, a volte uggioso e dispotico, che a poco a poco avrebbe voluto prendervi per le mani o per i piedi, e tirarvi dentro il suo antro affumicato, per baciarvi alla maniera di Giuda. Non conoscevo il passatempo di stuzzicare la legna, né la voluttà di sentirsi inondare dal riverbero della fiamma; non comprendevo il linguaggio del cepperello che scoppietta dispettoso, o brontola fiammeggiando; non avevo l'occhio assuefatto ai bizzarri disegni delle scintille correnti come lucciole sui tizzoni anneriti, alle fantastiche figure che assume la legna carbonizzandosi, alle mille gradazioni di chiaroscuro della fiamma azzurra e rossa che lambisce quasi timida, accarezza graziosamente, per divampare con sfacciata petulanza. Quando mi fui iniziato ai misteri delle molle e del soffietto, m'innamorai con trasporto della voluttuosa pigrizia del caminetto. Io lascio il mio corpo su quella poltroncina, accanto al fuoco, come vi lascierei un abito, abbandonando alla fiamma la cura di far circolare più caldo il mio sangue e di far battere più rapido il mio cuore; e incaricando le faville fuggenti, che folleggiano come farfalle innamorate, di farmi tenere gli occhi aperti, e di far errare capricciosamente del pari i miei pensieri. Cotesto spettacolo del proprio pensiero che svolazza vagabondo intorno a voi, che vi lascia per correre lontano, e per gettarvi a vostra insaputa quasi dei soffi di dolce e d'amaro in cuore, ha attrattive indefinibili. Col sigaro semispento, cogli occhi socchiusi, le molle fuggendovi dalle dita allentate, vedete l'altra parte di voi andar lontano, percorrere vertiginose distanze: vi par di sentirvi passar per i nervi correnti di atmosfere sconosciute: provate, sorridendo, senza muovere un dito o fare un passo, l'effetto di mille sensazioni che farebbero incanutire i vostri capelli, e solcherebbero di rughe la vostra fronte.
E in una di coteste peregrinazioni vagabonde dello spirito, la fiamma che scoppiettava, troppo vicina forse, mi fece rivedere un'altra fiamma gigantesca che avevo visto ardere nell'immenso focolare della fattoria del Pino, alle falde dell'Etna. Pioveva, e il vento urlava incollerito; le venti o trenta donne che raccoglievano le olive del podere, facevano fumare le loro vesti bagnate dalla pioggia dinanzi al fuoco; le allegre, quelle che avevano dei soldi in tasca, o quelle che erano innamorate, cantavano; le altre ciarlavano della raccolta delle olive, che era stata cattiva, dei matrimoni della parrocchia, o della pioggia che rubava loro il pane di bocca. La vecchia castalda filava, tanto perché la lucerna appesa alla cappa del focolare non ardesse per nulla; il grosso cane color di lupo allungava il muso sulle zampe verso il fuoco, rizzando le orecchie ad ogni diverso ululato del vento. Poi, nel tempo che cuocevasi la minestra, il pecoraio si mise a suonare certa arietta montanina che pizzicava le gambe, e le ragazze incominciarono a saltare sull'ammattonato sconnesso della vasta cucina affumicata, mentre il cane brontolava per paura che gli pestassero la coda. I cenci svolazzavano allegramente, e le fave ballavano anch'esse nella pentola, borbottando in mezzo alla schiuma che faceva sbuffare la fiamma. Quando le ragazze furono stanche, venne la volta delle canzonette: - Nedda! Nedda la varannisa! - sclamarono parecchie. - Dove s'é cacciata la varannisa?
- Son qua - rispose una voce breve dall'angolo più buio, dove s'era accoccolata una ragazza su di un fascio di legna.
- O che fai tu costà?
- Nulla.
- Perché non hai ballato?
- Perché son stanca.
- Cantaci una delle tue belle canzonette.
- No, non voglio cantare.
- Che hai?
- Nulla.
- Ha la mamma che sta per morire, - rispose una delle sue compagne, come se avesse detto che aveva male ai denti.
La ragazza, che teneva il mento sui ginocchi, alzò su quella che aveva parlato certi occhioni neri, scintillanti, ma asciutti, quasi impassibili, e tornò a chinarli, senza aprir bocca, sui suoi piedi nudi.
Allora due o tre si volsero verso di lei, mentre le altre si sbandavano ciarlando tutte in una volta come gazze che festeggiano il lauto pascolo, e le dissero: - O allora perché hai lasciato tua madre?
- Per trovar del lavoro.
- Di dove sei?
- Di Viagrande, ma sto a Ravanusa -.
Una delle spiritose, la figlioccia del castaldo, che doveva sposare il terzo figlio di massaro Jacopo a Pasqua, e aveva una bella crocetta d'oro al collo, le disse volgendole le spalle: - Eh! non è lontano! la cattiva nuova dovrebbe recartela proprio l'uccello -.
Nedda le lanciò dietro un'occhiata simile a quella che il cane accovacciato dinanzi al fuoco lanciava agli zoccoli che minacciavano la sua coda.
- No! lo zio Giovanni sarebbe venuto a chiamarmi! - esclamò come rispondendo a se stessa.
- Chi è lo zio Giovanni?
- È lo zio Giovanni di Ravanusa; lo chiamano tutti così.
- Bisognava farsi imprestare qualche cosa dallo zio Giovanni, e non lasciare tua madre, - disse un'altra.
- Lo zio Giovanni non è ricco, e gli dobbiamo diggià dieci lire! E il medico? e le medicine? e il pane di ogni giorno? Ah! si fa presto a dire! - aggiunse Nedda scrollando la testa, e lasciando trapelare per la prima volta un'intonazione più dolente nella voce rude e quasi selvaggia: - ma a veder tramontare il sole dall'uscio, pensando che non c'è pane nell'armadio, né olio nella lucerna, né lavoro per l'indomani, la è una cosa assai amara, quando si ha una povera vecchia inferma, là su quel lettuccio! -
E scuoteva sempre il capo dopo aver taciuto, senza guardar nessuno, con occhi aridi, asciutti, che tradivano tale inconscio dolore, quale gli occhi più abituati alle lagrime non saprebbero esprimere.
- Le vostre scodelle, ragazze! - gridò la castalda scoperchiando la pentola in aria trionfale.
Tutte si affollarono attorno al focolare, ove la castalda distribuiva con paziente parsimonia le mestolate di fave. Nedda aspettava ultima, colla sua scodelletta sotto il braccio. Finalmente ci fu posto anche per lei, e la fiamma l'illuminò tutta.
Era una ragazza bruna, vestita miseramente; aveva quell'attitudine timida e ruvida che danno la miseria e l'isolamento. Forse sarebbe stata bella, se gli stenti e le fatiche non ne avessero alterato profondamente non solo le sembianze gentili della donna, ma direi anche la forma umana. I suoi capelli erano neri, folti, arruffati, appena annodati con dello spago; aveva denti bianchi come avorio, e una certa grossolana avvenenza di lineamenti che rendeva attraente il suo sorriso. Gli occhi erano neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurrino, quali li avrebbe invidiati una regina a quella povera figliuola raggomitolata sull'ultimo gradino della scala umana, se non fossero stati offuscati dall'ombrosa timidezza della miseria, o non fossero sembrati stupidi per una triste e continua rassegnazione. Le sue membra schiacciate da pesi enormi, o sviluppate violentemente da sforzi penosi, erano diventate grossolane, senza esser robuste. Ella faceva da manovale, quando non aveva da trasportare sassi nei terreni che si andavano dissodando; o portava dei carichi in città per conto altrui, o faceva di quegli altri lavori più duri che da quelle parti stimansi inferiori al còmpito dell'uomo. La vendemmia, la messe, la raccolta delle olive per lei erano delle feste, dei giorni di baldoria, un passatempo, anziché una fatica. È vero bensì che fruttavano appena la metà di una buona giornata estiva da manovale, la quale dava 13 bravi soldi! I cenci sovrapposti in forma di vesti rendevano grottesca quella che avrebbe dovuto essere la delicata bellezza muliebre. L'immaginazione più vivace non avrebbe potuto figurarsi che quelle mani costrette ad un'aspra fatica di tutti i giorni, a raspar fra il gelo, o la terra bruciante, o i rovi e i crepacci, che quei piedi abituati ad andar nudi nella neve e sulle rocce infuocate dal sole, a lacerarsi sulle spine, o ad indurirsi sui sassi, avrebbero potuto esser belli. Nessuno avrebbe potuto dire quanti anni avesse cotesta creatura umana; la miseria l'aveva schiacciata da bambina con tutti gli stenti che deformano e induriscono il corpo, l'anima e l'intelligenza. - Così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia. - E dei suoi fratelli in Eva bastava che le rimanesse quel tanto che occorreva per comprenderne gli ordini, e per prestar loro i più umili, i più duri servigi.
Nedda sporse la sua scodella, e la castalda ci versò quello che rimaneva di fave nella pentola, e non era molto.
- Perché vieni sempre l'ultima? Non sai che gli ultimi hanno quel che avanza? - le disse a mo' di compenso la castalda.
La povera ragazza chinò gli occhi sulla broda nera che fumava nella sua scodella, come se meritasse il rimprovero, e andò pian pianino perché il contenuto non si versasse.
- Io te ne darei volentieri delle mie, - disse a Nedda una delle sue compagne che aveva miglior cuore; - ma se domani continuasse a piovere... davvero!... oltre a perdere la mia giornata non vorrei anche mangiare tutto il mio pane.
- Io non ho questo timore! - rispose Nedda con un triste sorriso.
- Perché?
- Perché non ho pane di mio. Quel po' che ci avevo, insieme a quei pochi quattrini, li ho lasciati alla mamma.
- E vivi della sola minestra?
- Sì, ci sono avvezza; - rispose Nedda semplicemente.
- Maledetto tempaccio, che ci ruba la nostra giornata! - imprecò un'altra.
- To', prendi dalla mia scodella.
- Non ho più fame; - rispose la varannisa ruvidamente, a mo' di ringraziamento.
- Tu che bestemmi la pioggia del buon Dio, non mangi forse del pane anche tu? - disse la castalda a colei che aveva imprecato contro il cattivo tempo. - E non sai che pioggia d'autunno vuol dire buon anno? -
Un mormorio generale approvò quelle parole.
- Sì, ma intanto son tre buone mezze giornate che vostro marito toglierà dal conto della settimana! -
Altro mormorio d'approvazione.
- Hai forse lavorato in queste tre mezze, perché ti s'abbiano a pagare? - rispose trionfalmente la vecchia.
- È vero! è vero! - risposero le altre, con quel sentimento istintivo di giustizia che c'è nelle masse, anche quando questa giustizia danneggia gli individui.
La castalda intuonò il rosario, le avemarie si seguirono col loro monotono brontolio, accompagnate da qualche sbadiglio. Dopo le litanie si pregò per i vivi e per i morti, e allora gli occhi della povera Nedda si riempirono di lagrime, e dimenticò di rispondere amen.
- Che modo è cotesto di non rispondere amen? - le disse la vecchia in tuono severo.
- Pensava alla mia povera mamma che è tanto lontana; - balbettò Nedda timidamente.
Poi la castalda diede la santa notte, prese la lucerna e andò via. Qua e là, per la cucina o attorno al fuoco, s'improvvisarono i giacigli in forme pittoresche. Le ultime fiamme gettarono vacillanti chiaroscuri sui gruppi e su gli atteggiamenti diversi. Era una buona fattoria quella, e il padrone non risparmiava, come tant'altri, fave per la minestra, né legna pel focolare, né strame pei giacigli. Le donne dormivano in cucina, e gli uomini nel fienile.
Dove poi il padrone è avaro, o la fattoria è piccola, uomini e donne dormono alla rinfusa, come meglio possono, nella stalla, o altrove, sulla paglia o su pochi cenci, i figliuoli accanto ai genitori, e quando il genitore è ricco, e ha una coperta di suo, la distende sulla sua famigliuola; chi ha freddo si addossa al vicino, o mette i piedi nella cenere calda, o si copre di paglia, s'ingegna come può; dopo un giorno di fatica, e per ricominciare un altro giorno di fatica, il sonno è profondo, al pari di un despota benefico, e la moralità del padrone non è permalosa che per negare il lavoro alla ragazza la quale, essendo prossima a divenir madre, non potesse compiere le sue dieci ore di fatica.
Prima di giorno le più mattiniere erano uscite per vedere che tempo facesse, e l'uscio che sbatteva ad ogni momento sugli stipiti, spingeva turbini di pioggia e di vento freddissimo su quelli che intirizziti dormivano ancora. Ai primi albori il castaldo era venuto a spalancare l'uscio, per svegliare i pigri, giacché non è giusto defraudare il padrone di un minuto della giornata lunga dieci ore, che gli paga il suo bravo tarì, e qualche volta anche tre carlini (sessantacinque centesimi!) oltre la minestra.
- Piove! - era la parola uggiosa che correva su tutte le bocche, con accento di malumore. La Nedda, appoggiata all'uscio, guardava tristemente i grossi nuvoloni color di piombo che gettavano su di lei le livide tinte del crepuscolo. La giornata era fredda e nebbiosa; le foglie avvizzite si staccavano strisciando lungo i rami, e svolazzavano alquanto prima di andare a cadere sulla terra fangosa, e il rigagnolo s'impantanava in una pozzanghera, dove s'avvoltolavano voluttuosamente dei maiali; le vacche mostravano il muso nero attraverso il cancello che chiudeva la stalla, e guardavano la pioggia che cadeva con occhio malinconico; i passeri, rannicchiati sotto le tegole della gronda, pigolavano in tono piagnoloso.
- Ecco un'altra giornata andata a male! - mormorò una delle ragazze, addentando un grosso pan nero.
- Le nuvole si distaccano dal mare laggiù, - disse Nedda stendendo il braccio; - verso il mezzogiorno forse il tempo cambierà.
- Però quel birbo del fattore non ci pagherà che un terzo della giornata!
- Sarà tanto di guadagnato.
- Sì, ma il nostro pane che mangiamo a tradimento?
- E il danno che avrà il padrone delle olive che andranno a male, e di quelle che si perderanno fra la mota?
- È vero, - disse un'altra.
- Ma pròvati ad andare a raccogliere una sola di quelle olive che andranno perdute fra mezz'ora, per accompagnarla al tuo pane asciutto, e vedrai quel che ti darà di giunta il fattore!
- È giusto, perché le olive non sono nostre!
- Ma non sono nemmeno della terra che se le mangia!
- La terra è del padrone, to'! - replicò Nedda trionfante di logica, con certi occhi espressivi.
- È vero anche questo; - rispose un'altra, la quale non sapeva che rispondere.
- Quanto a me preferirei che continuasse a piovere tutto il giorno, piuttosto che stare una mezza giornata carponi in mezzo al fango, con questo tempaccio, per tre o quattro soldi.
- A te non ti fanno nulla tre o quattro soldi, non ti fanno! - esclamò Nedda tristemente.
La sera del sabato, quando fu l'ora di aggiustare il conto della settimana, dinanzi alla tavola del fattore, tutta carica di cartacce e di bei gruzzoletti di soldi, gli uomini più turbolenti furono pagati i primi, poscia le più rissose delle donne, in ultimo, e peggio, le timide e le deboli. Quando il fattore le ebbe fatto il suo conto, Nedda venne a sapere che, detratte le due giornate e mezza di riposo forzato, restava ad avere quaranta soldi.
La povera ragazza non osò aprir bocca. Solo le si riempirono gli occhi di lagrime.
- E laméntati per giunta, piagnucolona! - gridò il fattore, il quale gridava sempre, da fattore coscienzioso che difende i soldi del padrone. - Dopo che ti pago come le altre, e sì che sei più povera e più piccola delle altre! e ti pago la tua giornata come nessun proprietario ne paga una simile in tutto il territorio di Pedara, Nicolosi e Trecastagne! Tre carlini, oltre la minestra!
- Io non mi lamento... - disse timidamente Nedda intascando quei pochi soldi che il fattore, ad aumentare il valore, aveva conteggiato per grani. - La colpa è del tempo che è stato cattivo e mi ha tolto quasi la metà di quel che avrei potuto buscarmi.
- Pigliatela col Signore! - disse il fattore ruvidamente.
- Oh, non col Signore! ma con me che son tanto povera!
- Pàgagli intiera la sua settimana, a quella povera ragazza; - disse al fattore il figliuolo del padrone, il quale assisteva alla raccolta delle olive. - Non sono che pochi soldi di differenza.
- Non devo darle che quel ch'è giusto!
- Ma se te lo dico io!
- Tutti i proprietari del vicinato farebbero la guerra a voi e a me se facessimo delle novità.
- Hai ragione! - rispose il figliuolo del padrone, il quale era un ricco proprietario, e aveva molti vicini.
Nedda raccolse quei pochi cenci che erano suoi, e disse addio alle compagne.
- Vai a Ravanusa a quest'ora? - dissero alcune.
- La mamma sta male!
- Non hai paura?
- Sì, ho paura per questi soldi che ho in tasca; ma la mamma sta male, e adesso che non son più costretta a star qui a lavorare, mi sembra che non potrei dormire, se mi fermassi anche stanotte.
- Vuoi che t'accompagni? - le disse in tuono di scherzo il giovane pecoraio.
- Vado con Dio e con Maria - disse semplicemente la povera ragazza, prendendo la via dei campi a capo chino.
Il sole era tramontato da qualche tempo e le ombre salivano rapidamente verso la cima della montagna. Nedda camminava sollecita, e quando le tenebre si fecero profonde, cominciò a cantare come un uccelletto spaventato. Ogni dieci passi voltavasi indietro, paurosa, e allorché un sasso, smosso dalla pioggia che era caduta, sdrucciolava dal muricciolo, o il vento le spruzzava bruscamente addosso a guisa di gragnuola la pioggia raccolta nelle foglie degli alberi, ella si fermava tutta tremante, come una capretta sbrancata. Un assiolo la seguiva d'albero in albero col suo canto lamentoso; ed ella, tutta lieta di quella compagnia, gli faceva il richiamo, perché l'uccello non si stancasse di seguirla. Quando passava dinanzi ad una cappelletta, accanto alla porta di qualche fattoria, si fermava un istante nella viottola per dire in fretta un'avemaria, stando all'erta che non le saltasse addosso dal muro di cinta il cane di guardia, che abbaiava furiosamente; poi partiva di passo più lesto, rivolgendosi due o tre volte a guardare il lumicino che ardeva in omaggio alla Santa, nello stesso tempo che faceva lume al fattore, quando doveva tornar tardi dai campi.
Quel lumicino le dava coraggio, e la faceva pregare per la sua povera mamma. Di tempo in tempo un pensiero doloroso le stringeva il cuore con una fitta improvvisa, e allora si metteva a correre, e cantava ad alta voce per stordirsi, o pensava ai giorni più allegri della vendemmia, o alle sere d'estate, quando, con la più bella luna del mondo, si tornava a stormi dalla Piana, dietro la cornamusa che suonava allegramente; ma il suo pensiero correva sempre là, dinanzi al misero giaciglio della sua inferma. Inciampò in una scheggia di lava tagliente come un rasoio, e si lacerò un piede; l'oscurità era sì fitta che alle svolte della viottola la povera ragazza spesso urtava contro il muro o la siepe, e cominciava a perder coraggio e a non saper dove si trovasse. Tutt'a un tratto udì l'orologio di Punta che suonava le nove, così vicino che i rintocchi sembravano le cadessero sul capo. Nedda sorrise, quasi un amico l'avesse chiamata per nome in mezzo ad una folla di stranieri.
Infilò allegramente la via del villaggio, cantando a squarciagola la sua bella canzone, e tenendo stretti nella mano, dentro la tasca del grembiule, i suoi quaranta soldi.
Passando dinanzi alla farmacia vide lo speziale ed il notaro tutti inferraiuolati che giocavano a carte. Alquanto più in là incontrò il povero matto di Punta, che andava su e giù da un capo all'altro della via, colle mani nelle tasche del vestito, canticchiando la solita canzone che l'accompagna da venti anni, nelle notti d'inverno e nei meriggi della canicola. Quando fu ai primi alberi del diritto viale di Ravanusa, incontrò un paio di buoi che venivano a passo lento ruminando tranquillamente.
- Ohé, Nedda! - gridò una voce nota.
- Sei tu, Janu?
- Sì, son io, coi buoi del padrone.
- Da dove vieni? - domandò Nedda senza fermarsi.
- Vengo dalla Piana. Son passato da casa tua; tua madre t'aspetta.
- Come sta la mamma?
- Al solito.
- Che Dio ti benedica! - esclamò la ragazza come se avesse temuto il peggio, e ricominciò a correre.
- Addio, Nedda! - le gridò dietro Janu.
- Addio, - balbettò da lontano Nedda.
E le parve che le stelle splendessero come soli, che tutti gli alberi, noti uno per uno, stendessero i rami sulla sua testa per proteggerla, e i sassi della via le accarezzassero i piedi indolenziti.
Il domani, ch'era domenica, venne la visita del medico, il quale concedeva ai suoi malati poveri il giorno che non poteva consacrare ai suoi poderi. Una triste visita davvero! perché il buon dottore non era abituato a far complimenti coi suoi clienti, e nel casolare di Nedda non c'era anticamera, né amici di casa ai quali si potesse annunciare il vero stato dell'inferma.
Nella giornata seguì anche una mesta funzione; venne il curato in rocchetto, il sagrestano coll'olio santo, e due o tre comari che borbottavano non so che preci. La campanella del sagrestano squillava acutamente in mezzo ai campi, e i carrettieri che l'udivano fermavano i loro muli in mezzo alla strada, e si cavavano il berretto. Quando Nedda l'udì per la sassosa viottola tirò su la coperta tutta lacera dell'inferma, perché non si vedesse che mancavano le lenzuola, e piegò il suo più bel grembiule bianco sul deschetto zoppo, reso fermo con dei mattoni. Poi, mentre il prete compiva il suo ufficiò, andò ad inginocchiarsi fuori dell'uscio, balbettando macchinalmente delle preci, guardando come trasognata quel sasso dinanzi alla soglia su cui la sua vecchierella soleva scaldarsi al sole di marzo, e ascoltando con orecchio distratto i consueti rumori delle vicinanze, ed il via vai di tutta quella gente che andava per i propri affari senza avere angustie pel capo. Il curato partì, ed il sagrestano indugiò invano sull'uscio perchè gli facessero la solita limosina pei poveri.
Lo zio Giovanni vide a tarda ora della sera la Nedda che correva sulla strada di Punta.
- Ohé! dove vai a quest'ora?
- Vado per una medicina che ha ordinato il medico -.
Lo zio Giovanni era economo e brontolone.
- Ancora medicine! - borbottò, - dopo che ha ordinato la medicina dell'olio santo! già, loro fanno a metà collo speziale, per dissanguare la povera gente! Fai a mio modo, Nedda, risparmia quei quattrini e vatti a star colla tua vecchia.
- Chissà che non avesse a giovare! - rispose tristemente la ragazza chinando gli occhi, e affrettò il passo.
Lo zio Giovanni rispose con un brontolio. Poi le gridò dietro: - Ohe! la varannisa!
- Che volete?
- Anderò io dallo speziale. Farò più presto di te, non dubitare. Intanto non lascerai sola la povera malata -.
Alla ragazza vennero le lagrime agli occhi.
- Che Dio vi benedica! - gli disse, e volle anche mettergli in mano i denari.
- I denari me li darai poi; - rispose ruvidamente lo zio Giovanni, e si diede a camminare colle gambe dei suoi vent'anni.
La ragazza tornò indietro e disse alla mamma: - C'è andato lo zio Giovanni, - e lo disse con voce dolce insolitamente.
La moribonda udì il suono dei soldi che Nedda posava sul deschetto, e la interrogò cogli occhi.
- Mi ha detto che glieli darò poi; - rispose la figlia.
- Che Dio gli paghi la carità! - mormorò l'inferma, - così resterai senza un quattrino.
- Oh, mamma!
- Quanto gli dobbiamo allo zio Giovanni?
- Dieci lire. Ma non abbiate paura, mamma! Io lavorerò! -
La vecchia la guardò a lungo coll'occhio semispento, e poscia l'abbracciò senza aprir bocca. Il giorno dopo vennero i becchini, il sagrestano e le comari. Quando Nedda ebbe acconciato la morta nella bara, coi suoi migliori abiti, le mise tra le mani un garofano che aveva fiorito dentro una pentola fessa, e la più bella treccia dei suoi capelli; diede ai becchini quei pochi soldi che le rimanevano perché facessero a modo, e non scuotessero tanto la morta per la viottola sassosa del cimitero; poi rassettò il lettuccio e la casa, mise in alto, sullo scaffale, l'ultimo bicchiere di medicina, e andò a sedersi sulla soglia dell'uscio, guardando il cielo.
Un pettirosso, il freddoloso uccelletto del novembre, si mise a cantare tra le frasche e i rovi che coronavano il muricciuolo di faccia all'uscio, e saltellando fra le spine e gli sterpi, la guardava con certi occhietti maliziosi come se volesse dirle qualche cosa: Nedda pensò che la sua mamma, il giorno innanzi, l'aveva udito cantare. Nell'orto accanto c'erano delle olive per terra, e le gazze venivano a beccarle; ella le aveva scacciate a sassate, perché la moribonda non ne udisse il funebre gracidare; adesso le guardò impassibile, e non si mosse; e quando sulla strada vicina passarono il venditore di lupini, o il vinaio, o i carrettieri, che discorrevano ad alta voce per vincere il rumore dei loro carri e delle sonagliere dei loro muli, ella diceva: - costui è il tale, quegli è il tal altro -. Allorché suonò l'avemaria, e s'accese la prima stella della sera, si rammentò che non doveva andar giù per le medicine a Punta, ed a misura che i rumori andarono perdendosi nella via, e le tenebre a calare nell'orto, pensò che non aveva più bisogno d'accendere il lume.
Lo zio Giovanni la trovò ritta sull'uscio.
Ella si era alzata udendo dei passi nella viottola, perché non aspettava più nessuno.
- Che fai costà! - le domandò lo zio Giovanni. Ella si strinse nelle spalle, e non rispose.
Il vecchio si assise accanto a lei, sulla soglia, e non aggiunse altro.
- Zio Giovanni, - disse la ragazza dopo un lungo silenzio, - adesso non ho più nessuno, e posso andar lontano a cercar lavoro; partirò per la Roccella, ove dura ancora la raccolta delle olive, e al ritorno vi restituirò i denari che ci avete imprestati.
- Io non sono venuto a domandarteli i tuoi denari! - le rispose burbero lo zio Giovanni.
Ella non disse altro, ed entrambi rimasero zitti ad ascoltare l'assiolo che cantava. Nedda pensò che era forse quello stesso di due sere innanzi, e sentì gonfiarsi il cuore.
- E del lavoro ne hai? - domandò finalmente lo zio Giovanni.
- No, ma qualche anima caritatevole troverò, che me ne darà.
- Ho sentito dire che ad Aci Catena pagano le donne abili per incartare le arance in ragione di una lira al giorno, senza minestra, e ho subito pensato a te; tu hai già fatto quel mestiere nello scorso marzo, e devi esser pratica. Vuoi andare?
- Magari!
- Bisognerebbe trovarsi domani all'alba al giardino del Merlo, all'angolo della scorciatoia che conduce a Sant'Anna.
- Posso anche partire stanotte. La mia povera mamma non ha voluto costarmi molti giorni di riposo.
- Sai dove andare?
- Sì, poi mi informerò.
- Domanderai all'oste che sta sulla strada maestra di Valverde, al di là del castagneto ch'è sulla sinistra della via. Cercherai di massaro Vinirannu, e dirai che ti mando io.
- Ci andrò, - disse la povera ragazza.
- Ho pensato che non avresti avuto del pane per la settimana, - disse lo zio Giovanni cavando un grosso pan nero dalla profonda tasca del suo vestito, e posandolo sul deschetto.
La Nedda si fece rossa, come se facesse lei quella buona azione. Poi, dopo qualche istante riprese:
- Se il signor curato dicesse domani la messa per la mamma, io gli farei due giornate di lavoro, alla raccolta delle fave.
- La messa l'ho fatta dire - rispose lo zio Giovanni.
- Oh! la povera morta pregherà anche per voi! - mormorò la ragazza coi grossi lagrimoni agli occhi.
Infine, quando lo zio Giovanni se ne andò, e udì perdersi in lontananza il rumore de suoi passi pesanti, chiuse l'uscio, e accese la candela. Allora le parve di trovarsi sola al mondo, ed ebbe paura di dormire in quel povero lettuccio ove soleva coricarsi accanto alla sua mamma.
Le ragazze del villaggio sparlarono di lei perché andò a lavorare subito il giorno dopo la morte della sua vecchia, e perché non aveva messo il bruno; e il signor curato la sgridò forte, quando la domenica successiva la vide sull'uscio del casolare, mentre si cuciva il grembiule che aveva fatto tingere in nero, unico e povero segno di lutto, e prese argomento da ciò per predicare in chiesa contro il mal uso di non osservare le feste e le domeniche.
La povera fanciulla, per farsi perdonare il suo grosso peccato, andò a lavorare due giorni nel campo del curato, acciò dicesse la messa per la sua morta il primo lunedì del mese; e la domenica, quando le fanciulle, vestite dei loro begli abiti da festa, si tiravano in là sul banco, o ridevano di lei, e i giovanotti, all'uscire di chiesa, le dicevano facezie grossolane, ella si stringeva nella sua mantellina tutta lacera, e affrettava il passo, chinando gli occhi, senza che un pensiero amaro venisse a turbare la serenità della sua preghiera - ovvero diceva a se stessa a mo' di rimprovero che si fosse meritato: - Son così povera! - oppure, guardando le sue due buone braccia: - Benedetto il Signore che me le ha date! - e tirava via sorridendo.
Una sera - aveva spento da poco il lume - udì nella viottola una nota voce che cantava a squarciagola, e con la melanconica cadenza orientale delle canzoni contadinesche: Picca cci voli ca la vaju' a viju. A la mi' amanti di l'arma mia!...
- È Janu! - disse sottovoce, mentre il cuore le balzava dal petto come un uccello spaventato, e cacciò la testa fra le coltri.
E il domani, quando aprì la finestra, vide Janu col suo bel vestito nuovo di fustagno, nelle cui tasche cercavano entrare per forza le sue grosse mani nere e incallite al lavoro, con un bel fazzoletto di seta nuova fiammante che faceva capolino con civetteria dalla scarsella del farsetto, il quale si godeva il bel sole d'aprile appoggiato al muricciolo dell'orto.
- Oh, Janu! - diss'ella, come se non ne sapesse proprio nulla.
- Salutamu! - esclamò il giovane col suo più grosso sorriso.
- O che fai qui?
- Torno dalla Piana -.
La fanciulla sorrise, e guardò le lodole che saltellavano ancora sul verde per l'ora mattutina.
- Sei tornato colle lodole.
- Le lodole vanno dove trovano il miglio, ed io dove c'è del pane.
- O come?
- Il padrone m'ha licenziato.
- O perché?
- Perché avevo preso le febbri laggiù, e non potevo più lavorare che tre giorni per settimana.
- Si vede, povero Janu!
- Maledetta Piana! - imprecò Janu stendendo il braccio verso la pianura.
- Sai, la mamma!... - disse Nedda.
- Me l'ha detto lo zio Giovanni -.
Ella non aggiunse altro, e guardò l'orticello al di là del muricciolo. I sassi umidicci fumavano; le gocce di rugiada luccicavano su di ogni filo d'erba; i mandorli fioriti sussurravano lieve lieve e lasciavano cadere sul tettuccio del casolare i loro fiori bianchi e rosei che imbalsamavano l'aria; una passera, petulante e sospettosa nel tempo istesso, schiamazzava sulla gronda, e minacciava a suo modo Janu, che aveva tutta l'aria, col suo viso sospetto, di insidiare al suo nido, del quale spuntavano tra le tegole alcuni fili di paglia indiscreti. La campana della chiesuola chiamava a messa.
- Come fa piacere a sentire la nostra campana! - esclamò Janu.
- Io ho riconosciuto la tua voce stanotte, - disse Nedda facendosi rossa, e zappando con un coccio la terra della pentola che conteneva i suoi fiori.
Egli si volse in là, ed accese la pipa, come deve fare un uomo.
- Addio, vado a messa! - disse bruscamente la Nedda, tirandosi indietro dopo un lungo silenzio.
- Prendi, ti ho portato codesto dalla città - le disse il giovane sciorinando il suo bel fazzoletto di seta.
- Oh! com'è bello! ma questo non fa per me!
- O perché? se non ti costa nulla! - rispose il giovanotto con logica contadinesca.
Ella si fece rossa, come se la grossa spesa le avesse dato idea dei caldi sentimenti del giovane, gli lanciò, sorridente, un'occhiata fra carezzevole e selvaggia, e scappò in casa; e allorché udì i grossi scarponi di lui sui sassi della viottola, fece capolino per accompagnarlo cogli occhi mentre se ne andava.
Alla messa le ragazze del villaggio poterono vedere il bel fazzoletto di Nedda, dove c'erano stampate delle rose che si sarebbero mangiate, e su cui il sole, scintillante dalle invetriate della chiesuola, mandava i suoi raggi più allegri. E quand'ella passò dinanzi a Janu, il quale stava presso il primo cipresso del sacrato, colle spalle al muro e fumando nella sua pipa intagliata, ella sentì gran caldo al viso, e il cuore che le faceva un gran battere in petto, e sgusciò via alla lesta. Il giovane le tenne dietro fischiettando, e la guardava a camminare svelta e senza voltarsi indietro, colla sua veste nuova di fustagno che faceva delle belle pieghe pesanti, le sue brave scarpette, e la sua mantellina fiammante. - La povera formica, or che la mamma stando in paradiso non l'era più a carico, era riuscita a farsi un po' di corredo col suo lavoro. - Fra tutte le miserie del povero c'e anche quella del sollievo che arrecano le perdite più dolorose al cuore!
Nedda sentiva dietro di sè, con gran piacere o gran sgomento (non sapeva davvero che cosa fosse delle due), il passo pesante del giovanotto, e guardava sulla polvere biancastra dello stradale, tutto diritto e inondato di sole, un'altra ombra, la quale di tanto in tanto si distaccava dalla sua. Tutt'a un tratto, quando fu in vista della sua casuccia, senza alcun motivo, si diede a correre come una cerbiatta spaventata. Janu la raggiunse, ella si appoggiò all'uscio, tutta rossa e sorridente, e gli allungò un pugno sul dorso. - To'! -
Egli ripicchiò con galanteria un po' manesca.
- O quanto l'hai pagato il tuo fazzoletto? - domandò Nedda togliendoselo dal capo per sciorinarlo al sole e contemplarlo in aria festosa.
- Cinque lire, - rispose Janu un po' pettoruto.
Ella sorrise senza guardarlo; ripiegò accuratamente il fazzoletto, studiando i segni che avevano lasciato le pieghe, e si mise a canticchiare una canzonetta che non soleva tornarle in bocca da lungo tempo.
La pentola rotta, posta sul davanzale, era ricca di garofani in boccio.
- Che peccato, - disse Nedda, - che non ce ne siano di fioriti! - e spiccò il più grosso bocciolo e glielo diede.
- Che vuoi che ne faccia se non è sbocciato? - diss'egli senza comprenderla, e lo buttò via. Ella si volse in là.
- E adesso dovrai andare a lavorare? - gli domandò dopo qualche secondo.
Egli alzò le spalle: - Dove andrai tu domani!
- A Bongiardo.
- Del lavoro ne troverò; ma bisognerebbe che non tornassero le febbri.
- Bisognerebbe non star fuori la notte a cantare dietro gli usci! - gli diss'ella tutta rossa, dondolandosi sullo stipite dell'uscio con certa aria civettuola.
- Non lo farò più, se tu non vuoi -.
Ella gli diede un buffetto, e scappò dentro.
- Ohé! Janu! - chiamò dalla strada lo zio Giovanni
- Vengo! - gridò Janu; e alla Nedda: - Verrò anch'io a Bongiardo, se mi vogliono.
- Ragazzo mio, - gli disse lo zio Giovanni quando fu sulla strada, - la Nedda non ha più nessuno, e tu sei un bravo giovinotto; ma insieme non ci state proprio bene. Hai inteso?
- Ho inteso, zio Giovanni; ma se Dio vuole, dopo la messe, quando avrò da banda quel po' di quattrini che ci vogliono, insieme ci staremo benissimo -.
Nedda, che aveva udito da dietro il muricciolo, si fece rossa, sebbene nessuno la vedesse.
L'indomani, prima di giorno, quand'ella si affacciò all'uscio per partire, trovò Janu, col suo fagotto infilato al bastone.
- O dove vai? - gli domandò.
- Vengo anch'io a Bongiardo, a cercar lavoro -.
I passerotti, che si erano svegliati alle voci mattutine, cominciarono a pigolare dietro il nido. Janu infilò al suo bastone anche il fagotto di Nedda, e s'avviarono alacremente, mentre il cielo si tingeva all'orizzonte delle prime fiamme del giorno, e il venticello diveniva frizzante.
A Bongiardo c'era proprio del lavoro per chi ne voleva. Il prezzo del vino era salito, e un ricco proprietario faceva dissodare un gran tratto di chiuse da mettere a vigneti. Le chiuse rendevano 1200 lire all'anno in lupini ed olio; messe a vigneto avrebbero dato, fra cinque anni, 12 o 13 mila lire, impiegandovene solo 10 o 12 mila; il taglio degli ulivi avrebbe coperto metà della spesa. Era un'eccellente speculazione, come si vede, e il proprietario pagava, di buon grado, una gran giornata ai contadini che lavoravano al dissodamento, 30 soldi agli uomini, e 20 alle donne, senza minestra; è vero che il lavoro era un po' faticoso, e che ci si rimettevano anche quei pochi cenci che formavano il vestito dei giorni di lavoro; ma Nedda non era abituata a guadagnar 20 soldi tutti i giorni.
Il soprastante s'accorse che Janu, riempiendo i corbelli di sassi, lasciava sempre il più leggiero per Nedda, e minacciò di cacciarlo via. Il povero diavolo, tanto per non perdere il pane, dovette accontentarsi di discendere dai 30 ai 20 soldi.
Il male era che quei poderi quasi incolti mancavano di fattoria, e la notte uomini e donne dovevano dormire alla rinfusa nell'unico casolare senza porta, e sì che le notti erano piuttosto fredde. Janu diceva d'aver sempre caldo, e dava a Nedda la sua casacca di fustagno perché si coprisse per bene. La domenica poi tutta la brigata si metteva in cammino per vie diverse.
Janu e Nedda avevano preso le scorciatoie, e andavano attraverso il castagneto chiacchierando, ridendo, cantando a riprese, e facendo risuonare nelle tasche i grossi soldoni. Il sole era caldo come in giugno; i prati lontani cominciavano ad ingiallire, le ombre degli alberi avevano qualche cosa di festevole, e l'erba che vi cresceva era ancora verde e rugiadosa.
Verso il mezzogiorno sedettero al rezzo, per mangiare il loro pan nero e le loro cipolle bianche. Janu aveva anche del vino, del buon vino di Mascali che regalava a Nedda senza risparmio, e la povera ragazza, la quale non c'era avvezza, si sentiva la lingua grossa, e la testa assai pesante. Di tratto in tratto si guardavano e ridevano senza saper perché.
- Se fossimo marito e moglie si potrebbe tutti i giorni mangiare il pane e bere il vino insieme; - disse Janu con la bocca piena, e Nedda chinò gli occhi, perché egli la guardava in un certo modo.
Regnava il profondo silenzio del meriggio; le più piccole foglie erano immobili; le ombre erano rade; c'era per l'aria una calma, un tepore, un ronzio di insetti che pesava voluttuosamente sulle palpebre. Ad un tratto una corrente d'aria fresca, che veniva dal mare, fece sussurrare le cime più alte de' castagni.
- L'annata sarà buona pel povero e pel ricco, - disse Janu, - e se Dio vuole alla messe un po' di quattrini metterò da banda... e se tu mi volessi bene!... - e le porse il fiasco.
- No, non voglio più bere. - disse ella colle guance tutte rosse.
- O perché ti fai rossa? - diss'egli ridendo.
- Non te lo voglio dire.
- Perché hai bevuto!
- No!
- Perché mi vuoi bene? -
Ella gli diede un pugno sull'omero e si mise a ridere.
Da lontano si udì il raglio di un asino che sentiva l'erba fresca. - Sai perché ragliano gli asini? - domandò Janu.
- Dillo tu che lo sai.
- Sì che lo so; ragliano perché sono innamorati, - disse egli con un riso grossolano, e la guardò fiso.
Ella chinò gli occhi come se ci vedesse delle fiamme, e le sembrò che tutto il vino che aveva bevuto le montasse alla testa, e tutto l'ardore di quel cielo di metallo le penetrasse nelle vene.
- Andiamo via! - esclamò corrucciata, scuotendo la testa pesante.
- Che hai?
- Non lo so, ma andiamo via!
- Mi vuoi bene? -
Nedda chinò il capo.
- Vuoi essere mia moglie? -
Ella lo guardò serenamente, e gli strinse forte la mano callosa nelle sue mani brune, ma si alzò sui ginocchi che le tremavano per andarsene. Egli la trattenne per le vesti, tutto stravolto, e balbettando parole sconnesse, come non sapendo quel che si facesse.
Allorché si udì nella fattoria vicina il gallo che cantava, Nedda balzò in piedi di soprassalto, e si guardò attorno spaurita.
- Andiamo via! Andiamo via! - disse tutta rossa e frettolosa.
Quando fu per svoltare l'angolo della sua casuccia si fermò un momento trepidante, quasi temesse di trovare la sua vecchiarella sull'uscio deserto da sei mesi.
Venne la Pasqua, la gaia festa dei campi coi suoi falò giganteschi, colle sue allegre processioni fra i prati verdeggianti e sotto gli alberi carichi di fiori, colla chiesuola parata a festa, gli usci delle casipole incoronati di festoni, e le ragazze colle belle vesti nuove d'estate. Nedda fu vista allontanarsi piangendo dal confessionario, e non comparve fra le fanciulle inginocchiate dinanzi al coro che aspettavano la comunione. Da quel giorno nessuna ragazza onesta le rivolse più la parola, e quando andava a messa non trovava posto al solito banco, e bisognava che stesse tutto il tempo ginocchioni: - se la vedevano piangere, pensavano a chissà che peccatacci, e le volgevano le spalle inorridite: - e quelle che le davano da lavorare, ne approfittavano per scemarle il prezzo della giornata.
Ella aspettava il suo fidanzato che era andato a mietere alla Piana, raggruzzolare i quattrini che ci volevano a mettere su un po' di casa, e a pagare il signor curato.
Una sera, mentre filava, udì fermarsi all'imboccatura della viottola un carro da buoi, e si vide comparir dinanzi Janu pallido e contraffatto.
- Che hai? - gli disse.
- Son stato ammalato. Le febbri mi ripresero laggiù, in quella maledetta Piana; ho perso più di una settimana di lavoro, ed ho mangiato quei pochi soldi che avevo fatto -.
Ella rientrò in fretta, scucì il pagliericcio, e volle dargli quel piccolo gruzzolo che aveva legato in fondo ad una calza.
- No, - diss'egli. - Domani andrò a Mascalucia per la rimondatura degli ulivi, e non avrò bisogno di nulla. Dopo la rimondatura ci sposeremo -.
Egli aveva l'aria triste facendole questa promessa, e stava appoggiato allo stipite, col fazzoletto avvolto attorno al capo, e guardandola con certi occhi luccicanti.
- Ma tu hai la febbre! - gli disse Nedda.
- Sì, ma ora che son qui mi lascerà; ad ogni modo non mi coglie che ogni tre giorni -.
Ella lo guardava senza parlare, e sentiva stringersi il cuore, vedendolo così pallido e dimagrato. - E potrai reggerti sui rami alti? - gli domandò.
- Dio ci penserà! - rispose Janu. - Addio, non posso far aspettare il carrettiere che mi ha dato un posto sul suo carro dalla Piana sin qui. A rivederci presto! - e non si moveva. Quando finalmente se ne andò, ella lo accompagnò sino alla strada maestra, e lo vide allontanarsi, senza una lagrima, sebbene le sembrasse che stesse a vederlo partire per sempre; il cuore ebbe un'altra strizzatina, come una spugna non spremuta abbastanza - nulla più, ed egli la salutò per nome alla svolta della via.
Tre giorni dopo udì un gran cicaleccio per la strada. Si affacciò al muricciolo, e vide in mezzo ad un crocchio di contadini e di comari Janu disteso su di una scala a piuoli, pallido come un cencio lavato, e colla testa fasciata da un fazzoletto tutto sporco di sangue. Lungo la via dolorosa, prima di giungere al suo casolare, egli, tenendola per mano, le narrò come, trovandosi così debole per le febbri, era caduto da un'alta cima, e s'era concio in quel modo. - Il cuore te lo diceva: - mormorava con un triste sorriso. Ella l'ascoltava coi suoi grand'occhi spalancati, pallida come lui e tenendolo per mano. Il domani egli morì.
Allora Nedda, sentendo muoversi dentro di sé qualcosa che quel morto le lasciava come un triste ricordo, volle correre in chiesa a pregare per lui la Vergine Santa. Sul sacrato incontrò il prete che sapeva la sua vergogna, si nascose il viso nella mantellina e tornò indietro derelitta.
Adesso, quando cercava del lavoro, le ridevano in faccia, non per schernire la ragazza colpevole, ma perché la povera madre non poteva più lavorare come prima. Dopo i primi rifiuti, e le prime risate, ella non osò cercare più oltre, e si chiuse nella sua casipola, al pari di un uccelletto ferito che va a rannicchiarsi nel suo nido. Quei pochi soldi raccolti in fondo alla calza se ne andarono l'un dopo l'altro, e dietro ai soldi la bella veste nuova, e il bel fazzoletto di seta. Lo zio Giovanni la soccorreva per quel poco che poteva, con quella carità indulgente e riparatrice senza la quale la morale del curato è ingiusta e sterile, e le impedì così di morire di fame. Ella diede alla luce una bambina rachitica e stenta; quando le dissero che non era un maschio pianse come aveva pianto la sera in cui aveva chiuso l'uscio del casolare dietro al cataletto che se ne andava, e s'era trovata senza la mamma; ma non volle che la buttassero alla Ruota.
- Povera bambina! Che incominci a soffrire almeno il più tardi che sia possibile! - disse.
Le comari la chiamavano sfacciata, perché non era stata ipocrita, e perché non era snaturata. Alla povera bambina mancava il latte, giacché alla madre scarseggiava il pane. Ella deperì rapidamente, e invano Nedda tentò spremere fra i labbruzzi affamati il sangue del suo seno. Una sera d'inverno, sul tramonto, mentre la neve fioccava sul tetto, e il vento scuoteva l'uscio mal chiuso, la povera bambina, tutta fredda, livida, colle manine contratte, fissò gli occhi vitrei su quelli ardenti della madre, diede un guizzo, e non si mosse più.
Nedda la scosse, se la strinse al seno con impeto selvaggio, tentò di scaldarla coll'alito e coi baci, e quando s'accorse che era proprio morta, la depose sul letto dove aveva dormito sua madre, e le s'inginocchiò davanti, cogli occhi asciutti e spalancati fuor di misura.
- Oh! benedette voi che siete morte! - esclamò. - Oh! benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me! -
Una volta, mentre il treno passava vicino ad
Aci-Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: « Vorrei
starci un mese laggiù! ».
Noi vi ritornammo e vi passammo non un mese, ma quarantott’ore; i terrazzani
che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci
sareste rimasta un par d’anni. La mattina del terzo giorno, stanca di vedere
eternamente del verde e dell’azzurro, e di contare i carri che passavano per
via, eravate alla stazione, e gingillandovi impaziente colla catenella della
vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che
non spuntava mai. In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare
ad Aci-Trezza: passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo
sugli scogli; col pretesto d’imparare a remare vi faceste sotto il guanto
delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima,
gettando le reti tanto per far qualche cosa che a’ barcaiuoli potesse parer
meritevole di buscare dei reumatismi; e l’alba ci sorprese nell’alto del fariglione,
un’alba modesta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, striata di
larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo; raccolta come una carezza
su quel gruppetto di casuccie che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, e in
cima allo scoglio, sul cielo trasparente e profondo, si stampava netta la
vostra figurina, colle linee sapienti che ci metteva la vostra sarta, e il
profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. — Avevate un vestitino grigio
che sembrava fatto apposta per intonare coi colori dell’alba. — Un bel
quadretto davvero! e si indovinava che lo sapevate anche voi dal modo col quale
vi modellavate nel vostro scialletto, e sorridevate coi grandi occhioni sbarrati
e stanchi a quello strano spettacolo, e a quell’altra stranezza di trovarvici
anche voi presente. Che cosa avveniva nella vostra testolina mentre
contemplavate il sole nascente? Gli domandavate forse in qual altro emisfero vi
avrebbe ritrovata fra un mese? Diceste soltanto ingenuamente: « Non capisco
come si possa viver qui tutta la vita ».
Eppure, vedete, la cosa è più facile che non sembri: basta non possedere
centomila lire di entrata, prima di tutto; e in compenso patire un po’ di
tutti gli stenti fra quegli scogli giganteschi, incastonati nell’azzurro, che
vi facevano batter le mani per ammirazione. Così poco basta perché quei poveri
diavoli che ci aspettavano sonnecchiando nella barca, trovino fra quelle loro
casipole sgangherate e pittoresche, che viste da lontano vi sembravano
avessero il mal di mare anch’esse, tutto ciò che vi affannate a cercare a
Parigi, a Nizza ed a Napoli.
E’ una cosa singolare; ma forse non è male che sia così — per voi, e per
tutti gli altri come voi. Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori; «
gente di mare », dicon essi, come altri direbbe « gente di toga », i quali
hanno la pelle più dura del pane che mangiano, quando ne mangiano, giacché
il mare non è sempre gentile, come allora che baciava i vostri guanti... Nelle
sue giornate nere, in cui brontola e sbuffa, bisogna contentarsi di stare a
guardarlo dalla riva, colle mani in mano, o sdraiati bocconi, il che è meglio
per chi non ha desinato; in quei giorni c’è folla sull’uscio
dell’osteria, ma suonano pochi soldoni sulla latta del banco, e i monelli che
pullulano nel paese, come se la miseria fosse un buon ingrasso, strillano e si
graffiano quasi abbiano il diavolo in corpo.
Di tanto in tanto il tifo, il colèra, la malannata, la burrasca,
vengono a dare una buona spazzata in quel brulicame, il quale si crederebbe
che non dovesse desiderar di meglio che esser spazzato, e scomparire; eppure
ripullula sempre nello stesso luogo; non so dirvi come, né perché.
Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di
formiche tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla
sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata
alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre,
dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi
disperatamente al loro monticello bruno. Voi non ci tornereste davvero, e nemmen
io; ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti
eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l’orizzonte fra due
zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli
cuori. Volete metterci un occhio anche voi, a cotesta lente, voi che guardate la
vita dall’altro lato del cannocchiale? Lo spettacolo vi parrà strano, e perciò
forse vi divertirà.
Noi siamo stati amicissimi, ve ne rammentate? e mi avete chiesto di dedicarvi
qualche pagina. Perché? a quoi bon? come dite voi? Che cosa potrà valere quel che scrivo per
chi vi conosce? e per chi non vi conosce che cosa siete voi? Tant’è, mi son
rammentato dal vostro capriccio un giorno che ho rivisto quella povera donna cui
solevate far l’elemosina col pretesto di comperar le sue arancie messe in
fila sul panchettino dinanzi all’uscio. Ora il panchettino non c’è più;
hanno tagliato il nespolo del cortile, e la casa ha una finestra nuova. La donna
sola non aveva mutato, stava un po’ più in là a stender la mano ai
carrettieri, accoccolata sul mucchietto di sassi che barricano il vecchio posto
della guardia nazionale; ed io girellando, col sigaro in bocca, ho pensato
che anche lei, così povera com’è, vi avea vista passare, bianca e superba.
Non andate in collera se mi son rammentato di voi in tal modo a questo
proposito. Oltre i lieti ricordi che mi avete lasciati, ne ho cento altri,
vaghi, confusi, disparati, raccolti qua e là, non so più dove; forse alcuni
son ricordi di sogni fatti ad occhi aperti; e nel guazzabuglio che facevano
nella mia mente, mentre io passava per quella viuzza dove son passate tante
cose liete e dolorose, la mantellina di quella donnicciola freddolosa,
accoccolata, poneva un non so che di triste e mi faceva pensare a voi, sazia di
tutto, perfino dell’adulazione che getta ai vostri piedi il giornale di moda,
citandovi spesso in capo alla cronaca elegante — sazia così da inventare il
capriccio di vedere il vostro nome sulle pagine di un libro.
Quando scriverò il libro, forse non ci penserete più; intanto i ricordi che
vi mando, così lontani da voi in ogni senso, da voi inebbriata di feste e di
fiori, vi faranno l’effetto di una brezza deliziosa, in mezzo alle veglie
ardenti del vostro eterno carnevale. Il giorno in cui ritornerete laggiù, se
pur ci ritornerete, e siederemo accanto un’altra volta, a spinger sassi col
piede, e fantasie col pensiero, parleremo forse di quelle altre ebbrezze che
ha la vita altrove. Potete anche immaginare che il mio pensiero siasi raccolto
in quel cantuccio ignorato del mondo, perché il vostro piede vi si è posato,
— o per distogliere i miei occhi dal luccichìo che vi segue dappertutto, sia
di gemme o di febbri — oppure perché vi ho cercata inutilmente per tutti i
luoghi che la moda fa lieti. Vedete quindi che siete sempre al primo posto,
qui come al teatro.
Vi ricordate anche di quel vecchietto che stava al timone della nostra barca?
Voi gli dovete questo tributo di riconoscenza perché egli vi ha impedito
dieci volte di bagnarvi le vostre belle calze azzurre. Ora è morto laggiù
all’ospedale della città, il povero diavolo, in una gran corsia tutta
bianca, fra dei lenzuoli bianchi, masticando del pane bianco, servito dalle
bianche mani delle suore di carità, le quali non avevano altro difetto che di
non saper capire i meschini guai che il poveretto biascicava nel suo dialetto
semibarbaro.
Ma se avesse potuto desiderare qualche cosa egli avrebbe voluto morire in quel
cantuccio nero vicino al focolare, dove tanti anni era stata la sua cuccia «
sotto le sue tegole », tanto che quando lo portarono via piangeva guaiolando,
come fanno i vecchi. Egli era vissuto sempre fra quei quattro sassi, e di faccia
a quel mare bello e traditore col quale dové lottare ogni giorno per trarre da
esso tanto da campare la vita e non lasciargli le ossa; eppure in quei momenti
in cui si godeva cheto cheto la sua « occhiata di sole » accoccolato sulla
pedagna della barca, coi ginocchi fra le braccia, non avrebbe voltato la testa
per vedervi, ed avreste cercato invano in quegli occhi attoniti il riflesso più
superbo della vostra bellezza; come quando tante fronti altere s’inchinano a
farvi ala nei saloni splendenti, e vi specchiate negli occhi invidiosi delle
vostre migliori amiche.
La vita è ricca, come vedete, nella sua inesauribile varietà; e voi potete
godervi senza scrupoli quella parte di ricchezza che è toccata a voi, a modo
vostro. Quella ragazza, per esempio, che faceva capolino dietro i vasi di
basilico, quando il fruscìo della vostra veste metteva in rivoluzione la
viuzza, se vedeva un altro viso notissimo alla finestra di faccia, sorrideva
come se fosse stata vestita di seta anch’essa. Chi sa quali povere gioie
sognava su quel davanzale, dietro quel basilico odoroso, cogli occhi intenti in
quell’altra casa coronata di tralci di vite? E il riso dei suoi occhi non
sarebbe andato a finire in lagrime amare, là nella città grande, lontana dai
sassi che l’avevano vista nascere e la conoscevano, se il suo nonno non fosse
morto all’ospedale, e suo padre non si fosse annegato, e tutta la sua
famiglia non fosse stata dispersa da un colpo di vento che vi avea soffiato
sopra — un colpo di vento funesto, che avea trasportato uno dei suoi fratelli
fin nelle carceri di Pantelleria: « nei guai! » come dicono laggiù.
Miglior sorte toccò a quelli che morirono; a Lissa l’uno; il più grande,
quello che vi sembrava un David di rame, ritto colla sua fiocina in pugno, e
illuminato bruscamente dalla fiamma dell’ellera. Grande e grosso com’era, si
faceva di brace anch’esso se gli fissavate in volto i vostri occhi arditi;
nondimeno è morto da buon marinaio, sulla verga di trinchetto, fermo al
sartiame, levando in alto il berretto, e salutando un’ultima volta la bandiera
col suo maschio e selvaggio grido d’isolano. L’altro, quell’uomo che
sull’isolotto non osava toccarvi il piede per liberarlo dal lacciuolo teso
ai conigli nel quale v’eravate impigliata da stordita che siete, si perdé in
una fosca notte d’inverno, solo, fra i cavalloni scatenati, quando fra la
barca e il lido, dove stavano ad aspettarlo i suoi, andando di qua e di là come
pazzi, c’erano sessanta miglia di tenebre e di tempesta. Voi non avreste
potuto immaginare di qual disperato e tetro coraggio fosse capace per lottare
contro tal morte quell’uomo che lasciavasi intimidire dal capolavoro del
vostro calzolaio.
Meglio per loro che son morti, e non « mangiano il pane del re, » come quel
poveretto che è rimasto a Pantelleria, e quell’altro pane che mangia la
sorella, e non vanno attorno come la donna delle arancie, a viver della grazia
di Dio; una grazia assai magra ad Aci-Trezza. Quelli almeno non hanno più
bisogno di nulla! Lo disse anche il ragazzo dell’ostessa, l’ultima volta
che andò all’ospedale per chieder del vecchio e portargli di nascosto di
quelle chiocciole stufate che son così buone a succiare per chi non ha più
denti, e trovò il letto vuoto, colle coperte belle e distese, e sgattaiolando
nella corte andò a piantarsi dinanzi a una porta tutta brandelli di cartaccie,
sbirciando dal buco della chiave una gran sala vuota, sonora e fredda anche di
estate, e l’estremità di una lunga tavola di marmo, su cui era buttato un
lenzuolo, greve e rigido. E dicendo che quelli là almeno non avevano più
bisogno di nulla, si mise a succiare ad una ad una le chiocciole che non
servivano più, per passare il tempo. Voi, stringendovi al petto il manicotto
di volpe azzurra, vi rammenterete con piacere che gli avete dato cento lire al
povero vecchio.
Ora rimangono quei monellucci che vi scortavano come sciacalli e assediavano le
arancie; rimangono a ronzare attorno alla mendica, a brancicarle le vesti come
se ci avesse sotto del pane, a raccattar torsi di cavolo, buccie d’arancie e
mozziconi di sigari, tutte quelle cose che si lasciano cadere per via ma che
pure devono avere ancora qualche valore, perché c’è della povera gente che
ci campa su; ci campa anzi così bene che quei pezzentelli paffuti e affamati
cresceranno in mezzo al fango e alla polvere della strada, e si faranno grandi e
grossi come il loro babbo e come il loro nonno, e popoleranno Aci-Trezza di
altri pezzentelli, i quali tireranno allegramente la vita coi denti più a
lungo che potranno, come il vecchio nonno, senza desiderare altro; e se
vorranno fare qualche cosa diversamente da lui, sarà di chiudere gli occhi là
dove li hanno aperti, in mano del medico del paese che viene tutti i giorni
sull’asinello, come Gesù, ad aiutare la buona gente che se ne va.
— Insomma l’ideale dell’ostrica! direte voi. — Proprio l’ideale
dell’ostrica, e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello
di non esser nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di
quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere
mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione
coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si
riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano, mi sembrano
— forse pel quarto d’ora — cose serissime e rispettabilissime anch’esse.
Parmi che le irrequietudini del pensiero vagabondo s’addormenterebbero
dolcemente nella pace serena di quei sentimenti miti, semplici, che si
succedono calmi e inalterati di generazione in generazione. — Parmi che potrei
vedervi passare, al gran trotto dei vostri cavalli, col tintinnio allegro dei
loro finimenti e salutarvi tranquillamente.
Forse perché ho troppo cercato di scorgere entro al turbine che vi circonda e
vi segue, mi è parso ora di leggere una fatale necessità nelle tenaci
affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra
loro per resistere alle tempeste della vita, e ho cercato di decifrare il
dramma modesto e ignoto che deve aver sgominati gli attori plebei che
conoscemmo insieme. Un dramma che qualche volta forse vi racconterò e di cui
parmi tutto il nodo debba consistere in ciò: — che allorquando uno di quei
piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle
staccarsi dal gruppo per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per
curiosità di conoscere il mondo, il mondo da pesce vorace com’è, se lo ingoiò,
e i suoi più prossimi con lui. — E sotto questo aspetto vedete che il dramma
non manca d’interesse. Per le ostriche l’argomento più interessante deve
esser quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro
che le stacca dallo scoglio.
Quella fatale tendenza verso l'ignoto che c'è nel
cuore umano, e si rivela nelle grandi come nelle piccole cose, nella sete di
scienza come nella curiosità del bambino, è uno dei principali caratteri
dell'amore, direi la principale attrattiva: triste attrattiva, gravida di noie o
di lagrime - e di cui la triste scienza inaridisce il cuore anzi tempo. Cotesto
amore dunque che ha ispirato tanti capolavori, e che riempie per metà gli
ergastoli e gli ospedali, non avrebbe in sé tutte le condizioni di essere, che
a patto di servire come mezzo transitorio di fini assai più elevati - o assai
più modesti, secondo il punto di vista - e non verrebbe che l'ultimo nella
scala dei sentimenti? La ragione della sua caducità starebbe nella sua essenza
più intima? e il terribile dissolvente che c'è nella sazietà, o nel
matrimonio, starebbe nell'insensato soddisfacimento d'una pericolosa curiosità?
La colpa più grave del fanciullo-uomo sarebbe la pazza avidità del desiderio
che gli fa frugare colle carezze e coi baci il congegno nascosto del
giocattolo-donna, il quale ieri ancora, gli faceva tremare il cuore in petto
come foglia?
All'ultimo veglione della Scala, in mezzo a quel turbine d'allegria frenetica,
avevo incontrato una donna mascherata, della quale non avevo visto il viso, di
cui non conoscevo il nome, che non avrei forse riveduta mai più, e che mi fece
battere il cuore quando i suoi sguardi s'incontrarono nei miei, e mi fece
passare una notte insonne, col suo sorriso sempre dinanzi agli occhi, e negli
orecchi il fruscìo del raso del suo dominò.
Ella appoggiavasi al braccio di un bel giovanotto, era circondata dagli eleganti
del Circolo, adulata, corteggiata, portata in trionfo; era svelta, elegante, un
po' magrolina, avea due graziose fossette agli òmeri, le braccia delicate, il
mento roseo, gli occhi neri e lucenti, il collo eburneo, un po' troppo lungo ed
esile, ombreggiato da vaghe sfumature, là dove folleggiavano certi ricciolini
ribelli; il suo sorriso era affascinante; vestiva tutta di bianco, con una gala
di nastro color di rosa al cappuccio, e faceva strisciare sul tappeto il lembo
della veste, come una regina avrebbe fatto col suo manto. Tutto ciò insieme a
quel pezzettino di raso nero che le celava il viso, ricamato da tutti i punti
interrogativi della curiosità, dove brillavano i suoi occhi, e dietro al quale
l'immaginazione avrebbe potuto vedere tutte le bellezze della donna, e porla su
tutti i gradini della scala sociale. Ella imponeva l'ingenuità, la grazia, il
pudore di una fanciulla da collegio in mezzo ad un crocchio di uomini, fra i
quali una signora per bene non sarebbesi avventurata neppure in maschera.
Era seduta colle spalle rivolte alla sala accanto al suo giovanotto, e gli
parlava come parlano le donne innamorate, divorandolo cogli occhi, e facendogli
indovinare i vaghi rossori che scorrevano sotto la sua maschera, e i sorrisi
affascinanti; gli posava la mano sulla spalla, e l'accarezzava col ventaglio;
sembrava che si facesse promettere qualche cosa, con una insistenza affettuosa e
carezzevole.
Io avrei dato qualunque cosa per essere al posto di quel giovanotto, il quale
sembrava mediocremente lusingato di quella preferenza; avrei voluto indovinare
tutto quello che non potevo udire, tutto quello che si agitava nel cuore di lei;
avrei voluto penetrare attraverso la seta di quella maschera; l'incognito di
quel viso, di quella persona, e di quel modesto romanzetto sbocciato al gas
della Scala avea mille attrattive per un osservatore. La mia simpatia, o la mia
curiosità, avrà dovuto penetrarla come corrente elettrica; ella si volse a
guardarmi due o tre volte, con quei suoi occhioni neri; poi si alzò, prese il
braccio del suo compagno e si allontanò.
Sembrommi che all'allegria di quella festa fosse succeduta una inesplicabile
musoneria, che mi mancasse qualche cosa; la cercavo con un'avida speranza di
rivederla, quasi cotesta sconosciuta fosse diggià qualche cosa per me.
Sul tardi ci trovammo di nuovo faccia a faccia accanto alla porta, mentre ella
usciva dalla sala ed io vi rientravo. Rimanemmo immobili, guardandoci fissamente
a lungo, come due che si conoscono, quasi anch'io, dopo averla guardata tre o
quattro volte durante la sera, fossi diventato qualche cosa per lei, il cuore mi
batteva e sentivo che doveva battere anche a lei; sembravami che entrambi
bevessimo qualche cosa l'uno negli occhi dell'altra; assaporavo il suo sorriso
assai prima che le sue labbra si schiudessero: ella mi sorrise infatti - un
getto di buonumore e di simpatia che diceva: "So che ti piaccio, e anche tu
mi piaci!". La parola più affettuosa, la lingua più dolce del mondo, non
avrebbero potuto riprodurre l'eloquenza di quel sorriso; il pensatore più
eminente, o l'uomo di mondo più sperimentato, non avrebbe potuto analizzare
quel sentimento che irrompeva improvviso in un'occhiata, fra due persone che
s'incontravano in mezzo alla folla, come due viaggiatori che partono per opposte
direzioni s'incontrano in una stazione, l'una accanto ad uomo che amava forse
ancora, l'altro che avea visto il braccio di lei sull'òmero di quell'uomo. Due
o tre volte ella si rivolse a guardarmi collo stesso sorriso, ed io la seguii,
senza sapere io stesso dietro a quale lusinga corressi. La folla me la fece
perdere di vista; la cercai inutilmente nel ridotto, pei corridoi, nel caffè,
in platea, da Canetta, in quei palchi che potei passare in rassegna,
dappertutto.
Avevo la febbre di uno strano desiderio; divoravo cogli occhi tutti i dominò
bianchi, tutte le vesti che avessero ondulazioni graziose. tutt’a un tratto me
la vidi improvvisamente dinanzi, o piuttosto incontrai il suo sguardo che mi
cercava. Io dava il braccio ad una donna che rivedevo quella sera dopo lungo
tempo. Nello sguardo dell'incognita c'era una muta interrogazione; ella mi
sorrise di nuovo; non potei far altro che mandarle un saluto mentre mi passava
accanto; ella si voltò vivamente, mi lanciò a bruciapelo uno sguardo ed un
sorriso e ripeté: - Addio! - Non dimenticherò mai più quella voce e
quell'accento!
Non la vidi più. Rimasi a digerire il mio dispetto e il cicaleccio della mia
compagna. Sognai tutta la notte, senza chiudere gli occhi, quel viso che non
conoscevo; sentivami in cuore un solco luminoso lasciatovi da quello sguardo;
l'impossibilità di rintracciarla dava all'apparizione di quella sconosciuta un
prestigio di cosa straordinaria; nel sorriso di lei io potevo immaginare un
poema d'amore, che riceveva tutto l'interesse dall'essere troncato sul fiore e
per sempre. Per sempre! non è la parola che scuote maggiormente l'animo umano?
Io prolungai quel sogno per tutto il giorno. Sembravami che ci fosse qualche
cosa di nuovo in me, e che avessi ricevuto il sacramento di una perdita immensa.
Quando la mia immaginazione si stancò di vagare nelle azzurre immensità
dell'ignoto, per una reazione naturale del pensiero, io guardai con sorpresa nel
mio cuore, e domandai a me stesso, se mi fossi innamorato di quel pezzettino di
raso nero che nascondeva un viso sconosciuto.
Lo sguardo di quell'incognita mi aveva messo il cuore in sussulto mentre davo il
braccio ad un'altra donna che un tempo avevo amato come un pazzo, e che in quel
momento istesso si esponeva al più grave pericolo per me. Io maledivo
l'ostinazione di cotesto affetto che mi impediva di correre dietro alla
sconosciuta con tutto l'egoismo che c'è in un altro amore.
Per due o tre giorni cercai ansiosamente quell'amante che non conoscevo, e
sentivo che il rivederla mi avrebbe tolto qualche cosa di Lei. La rividi in
Galleria, la riconobbi a quello sguardo e a quel sorriso che mi dicevano: "Son
io, mi ravvisi?". Mi sentivo spinto fatalmente verso di lei, e venti volte
fui sul punto di prenderle la mano al cospetto delle persone che
l'accompagnavano.
In piazza della Scala si rivolse due o tre volte per vedere se la seguissi. Le
vaghe incertezze, le gioie tumultuose, i febbrili desideri dell'amore a vent'anni
mi inondarono il cuore in una volta: l'ondeggiare della sua veste sembravami
avesse qualche cosa di carezzevole; il suo paltoncino bianco, e il fazzoletto
che pel freddo si teneva sul viso, avevano irradiazioni luminose. Io non saprei
ridire l'emozione che provai al pensiero di poterle dare il braccio, o di poter
toccare un lembo di quel fazzoletto. Ad un tratto ella attraversò la via,
insieme alla sua compagna, e seguìta dalla sua scorta di parenti, camminando
sulla punta dei piedi e rialzando il lembo del suo vestito, venne a mettersi al
mio fianco. Mi guardò in viso, come se aspettasse qualche cosa da me. Io sentii
un dolore atroce, e volsi le spalle.
La rividi ancora parecchie volte, e gli occhi di lei mi domandavano: - Cos'hai?
- io non osavo dirle: - Non mi piaci più -. Ella si stancò di sollecitare i
miei sguardi, e quando mi incontrò volse altrove il capo. Una sera, sotto il
portico della Scala, sentii afferrarmi la mano da una mano tremante che vi lasciò
un bigliettino microscopico. Mi rivolsi vivamente: non vidi che visi
sconosciuti, e un po' più lungi la mia incognita che si allontanava senza
guardarmi; sebbene fosse passata così lontano, sebbene da qualche tempo
distogliesse da me lo sguardo con indifferenza, tutte le volte che mi
incontrava, il mio pensiero corse a lei senza esitare un momento, nello stesso
tempo che per una strana contraddizione tacciavo di follia il mio presentimento.
Una sola parola riempiva tutto il biglietto: "Seguitemi". Chi? dove?
perché? Coteste interrogazioni diedero colori di fuoco a quella semplice
parola; il mistero che vi era racchiuso si rannodava, con logica irresistibile,
a quell'incognita, e le ridava tutta quella vaga e indefinibile attrattiva che
il vedermela al fianco, sotto il fanale a gas, avea fatto svanire in un lampo;
il dubbio d'ingannarmi mi mise addosso mille impazienze. Ella non sembrava
nemmeno accorgersi di me - io la seguii. Quando la porta della sua casa mi si
chiuse in faccia rimasi in mezzo alla strada, senza avere la forza di andarmene,
coi piedi nella neve, tutte le finestre della via che mi guardavano, e i
questurini che venivano a passarmi vicino. Dalle undici alle due del mattino io
non ebbi un momento di esitazione o di stanchezza; non dubitai un istante. Udii
aprire pian piano la porta, e vidi nell'ombra dell'arcata una forma bianca. Ella
tremava come una foglia quando le toccai la mano; sembrava che avesse la febbre;
mi disse con voce strozzata dalla commozione: - Che avete? che vi ho fatto?
ditemelo - come se ci conoscessimo da dieci anni.
Certe situazioni, certe parole, certe inflessioni di voce hanno significazioni
evidenti, irresistibili; la giovinetta che avevo incontrata al veglione, in
mezzo ad uomini che portavano in trionfo Cora Pearl, e la quale mi gettava le
braccia al collo nel buio di una scala, dava la più luminosa prova di candore
coll'espansione della sua simpatia: sentimento strano che non sapevo spiegare, e
di cui non osavo chiederle ragione. Nella sua fiducia c'era tanta innocenza che
avrei voluto rubarle gli orecchini per insegnarle a diffidare degli uomini.
Sentivo fra le mie le sue povere mani tremanti, e le sue parole sommesse
sembrava che mi sfiorassero il viso come un bacio. Certi sentimenti
inesplicabili hanno un fondamento essenzialmente materiale; tutto l'incanto di
quell'ora di paradiso stava nel buio di quella scala. Sembravami che le larve
dell'ideale avessero preso corpo e mi stringessero le mani: - Io ti son piaciuta
senza che tu mi avessi vista in viso, - ella mi disse. - Ecco perché ti amo - e
non mi domandò nemmeno come mi chiamassi.
Ella si fece promettere che sarei tornato a vederla la notte seguente. Ahimè!
insensata promessa che rimpiccioliva il desiderio nelle meschine proporzioni di
un volgare appuntamento. Noi avremmo dovuto inventare tutti gli ostacoli che
mancavano alla nostra felicità, o non rivederci mai più. La notte seguente
tornai da lei con un sentimento penoso, come se avessi perduto qualche cosa.
La rividi nel suo salottino, raggiante di bellezza, ed il cuore mi si dilatò di
gioia, quasi le prime sensazioni della sciagura fossero piacevoli; contemplavo
avidamente quelle leggiadre sembianze che s'imporporavano per me, e in mezzo
alla festa del mio cuore sentivo insinuarsi un vago turbamento - il mio ideale
svaniva; tutto quello che c'era in quella bellezza veramente incantevole era
tolto ai miei sogni; sembravami che il mio pensiero si fosse impoverito
trovandosi costretto nei limiti della realtà. - Che hai? - mi disse. - Nulla, -
risposi, - c'è troppa luce qui -. Ella, povera ragazza, moderò la fiamma della
lucerna. Non si avvedeva del turbamento che c'era in me, e non avea paura della
funesta avidità con la quale i miei occhi la divoravano. Parlava sorridente,
giuliva, come un uccelletto innamorato canta su di un ramoscello; mi raccontò
la sua storia, una di quelle storie che l'angelo custode ascolta sorridendo.
Avea amato il cugino con cui l'avevo vista al veglione, era venuta colla zia da
Lecco per lui, e il cugino, in capo a due o tre giorni di esitazione, le avea
fatto capire bellamente che non l'amava più. Allora, dopo le prime lagrime,
ella avea pensato a quello sconosciuto che al veglione della Scala l'avea
guardata in quel modo. - Io ti ho letto negli occhi che ti piacevo, - mi disse,
- e ti sorrisi perché ciò mi rendeva tutta lieta; in quel momento avevo un
gran dolore in cuore. Se mio cugino avesse seguitato ad amarmi, io non te lo
avrei mai detto, ma ti avrei sempre voluto bene come ad un fratello. Ora che mio
cugino non vuol saperne più di me... ebbene, anch'io voglio amare chi più mi
piace! - Tossiva di quanto in quanto, le guance le si imporporavano, e gli occhi
le si facevano umidi. - Non mi dire che mi sposerai, se vuoi lasciarmi come
quell'altro... Sono stata tanto malata! - Addio! - le dissi. - Tornerai domani?
La zia va dalle mie cugine, non aver paura; tornerai? - Addio -.
Non la vidi più. Sentivo che mi sarei trovato umile e basso dinanzi alla
fiducia e all'entusiasmo di quell'amore che non dividevo più. E sentivo del
pari di aver perduto irremissibilmente un tesoro.
In novembre ricevetti una lettera listata di nero; era lo stesso carattere che
avea scritto seguitemi; le mani mi tremavano prima d'aprirla: Se volete ripetere
l'addio che deste ad una mascherina all'ultimo veglione della Scala, scrivevami,
recatevi al Cimitero fra una settimana, e cercate della croce sulla quale sarà
scritto X.
Quella lettera, per un caso che farebbe credere alla fatalità, s'era smarrita
alla posta, e mi pervenne con qualche giorno di ritardo. Io volai a quella casa
che non avevo più riveduta; scorgendo le persiane chiuse, il cuore mi si
strinse dolorosamente. Corsi al Cimitero, senza osare di credere al presagio
funesto di quella lettera; al primo viale che infilai, quasi il destino si fosse
incaricato di guidare i miei passi, alla prima terra smossa di fresco, su di una
croce di ferro, lessi quel segno che ella avea desiderato sulla tomba, triste
geroglifico del suo amore; e lì, coi ginocchi nella polvere, mi parve di
guardare in un immenso buio, tutto riempito dalla figura della mia incognita,
dal suo sorriso, dal suono della sua voce, delle menome parole che mi avea
dette, dai luoghi dove l'avevo vista. Sentii un gran freddo.
PRIMAVERA
Allorché Paolo era arrivato a Milano colla sua musica
sotto il braccio - in quel tempo in cui il sole splendeva per lui tutti i
giorni, e tutte le donne erano belle - avea incontrato la Principessa: le
ragazze del magazzino le davano quel titolo perché aveva un visetto gentile e
le mani delicate; ma soprattutto perch'era superbiosetta, e la sera, quando le
sue compagne irrompevano in Galleria come uno stormo di passere, ella preferiva
andarsene tutta sola, impettita sotto la sua sciarpetta bianca, sino a Porta
Garibaldi. Così s'erano incontrati con Paolo, mentre egli girandolava,
masticando pensieri musicali, e sogni di giovinezza e di gloria - una di quelle
sere beate in cui si sentiva tanto più leggiero per salire verso le nuvole e le
stelle, quanto meno gli pesavano lo stomaco e il borsellino -. Gli piacque di
seguire le larve gioconde che aveva in mente in quella graziosa personcina, la
quale andava svelta dinanzi a lui, tirando in su il vestitino grigio quand'era
costretta a scendere dal marciapiedi sulla punta dei suoi stivalini un po'
infangati. In quel modo istesso la rivide due o tre volte, e finirono per
trovarsi accanto. Ella scoppiò a ridere alle prime parole di lui; rideva sempre
tutte le volte che lo incontrava, e tirava di lungo. Se gli avesse dato retta
alla prima, ei non l'avrebbe cercata mai più. Finalmente, una sera che pioveva
- in quel tempo Paolo aveva ancora un ombrello - si trovarono a braccetto, per
la via che cominciava a farsi deserta. Gli disse che si chiamava la Principessa,
poiché, come spesso avviene, il suo pudore rannicchiavasi ancora nel suo vero
nome, ed ei l'accompagnò sino a casa, cinquanta passi lontano dalla porta. Ella
non voleva che nessuno, e lui meno d'ogni altro, potesse vedere in qual castello
da trenta lire al mese vivessero i genitori della Principessa.
Trascorsero in tal modo due o tre settimane. Paolo l'aspettava in Galleria,
dalla parte di via Silvio Pellico, rannicchiato nel suo gramo soprabito estivo
che il vento di gennaio gli incollava sulle gambe; ella arrivava lesta lesta,
col manicotto sul viso rosso dal freddo; infilava il braccio sotto quello di
lui, e si divertivano a contare i sassi, camminando adagio, con due o tre gradi
di freddo.
Paolo chiacchierava spesso di fughe e di cannoni, e la ragazza lo pregava di
spiegarle la cossa in milanese. - La prima volta che salì nella cameretta di
lui, al quarto piano, e l'udì suonare sul pianoforte una di quelle sue romanze
di cui le aveva tanto parlato, cominciò a capire, ancora in nube, mentre
guardava attorno fra curiosa e sbigottita, si sentì venir gli occhi umidi, e
gli fece un bel bacio - ma questo avvenne molto tempo dopo.
Dalla modista si ciarlava sottovoce, dietro le scatole di cartone e i mucchi di
fiori e di nastri sparsi sulla gran tavola da lavoro, del nuovo moroso della
Principessa, e si rideva molto di quest'altro, il quale aveva un soprabitino che
sembrava quello della misericordia di Dio, e non regalava mai uno straccio di
vestito alla sua bella. La Principessa fingeva non intendere, faceva una
spallata, e agucchiava, zitta e fiera.
Il povero grande artista in erba le avea tanto parlato della gloria futura, e di
tutte le altre belle cose che dovevano far corteo a madonna gloria, che ella non
poteva accusarlo di essersi spacciato per un principe russo o per un barone
siciliano. - Una volta ei volle regalarle un anellino, un semplice cerchietto
d'oro che incastonava una mezza perla falsa - erano i primi del mese allora. -
Ella si fece rossa e lo ringraziò tutta commossa - per la prima volta - gli
strinse le mani forte forte, ma non volle accettare il regalo: avea forse
indovinato quante privazioni dovesse costare il povero gingillo al Verdi
dell'avvenire, e sì che aveva accettato assai più da quell'altro, senza tanti
scrupoli, ed anche senza tanta gratitudine. Quindi, per fare onore al suo
amante, si sobbarcò a gravi spese; prese a credenza una vesticciuola al
Cordusio; comperò una mantellina da venti lire sul Corso di Porta Ticinese, e
dei gingilli di vetro che si vendevano in Galleria Vecchia. L'altro le avea
ispirato il gusto e il bisogno di certe eleganze. Paolo non lo sapeva, lui; non
sapeva nemmeno che si fosse indebitata, e le diceva: - Come sei bella così! -
Ella godeva di sentirselo dire, era felice per la prima volta di non dover nulla
della sua bellezza al suo amante.
La domenica, quand'era bel tempo, andavano a spasso fuori la cinta daziaria, o
lungo i bastioni, all'Isola Bella, o all'Isola Botta, in una di quelle isole di
terraferma affogate nella polvere. Erano i giorni delle pazze spese; sicché
quand'era l'ora di pagare lo scotto, la Principessa si pentiva delle follie
fatte nella giornata, si sentiva stringere il cuore, e andava ad appoggiare i
gomiti alla finestra che dava sull'orto. Egli veniva a raggiungerla, si metteva
accanto a lei, spalla contro spalla, e lì, cogli occhi fissi in quel quadretto
di verdura, mentre il sole tramontava dietro l'Arco del Sempione, sentivano una
grande e melanconica dolcezza. Quando pioveva avevano altri passatempi: andavano
in omnibus da Porta Nuova a Porta Ticinese, e da Porta Ticinese a Porta
Vittoria; spendevano trenta soldi e scarrozzavano per due ore come signori. La
Principessa arricciava blonde e attaccava fiori di velo su gambi di ottone
durante sei giorni, pensando a quella festa della domenica; spesso il giovanotto
non desinava il giorno prima o il giorno dopo.
Passarono l'inverno e l'estate in tal modo, giocando all'amore come dei bimbi
giocano alla guerra o alla processione. Ella non accordavagli nulla più di
codesto, e l'innamorato si sentiva troppo povero per osare di chieder altro.
Eppure ella gli voleva proprio bene; ma aveva troppo pianto, per via di
quell'altro, ed ora credeva aver messo giudizio. Non sospettava nemmeno che dopo
quell'altro, ora che gli voleva proprio bene, non buttarglisi fra le braccia
fosse l'unica prova d'amore che il suo istinto delicato le suggerisse: povera
ragazza!
Venne l'ottobre; ei sentiva la grande melanconia dell'autunno, e le avea
proposto di andare in campagna, sul lago. Approfittarono di un giorno in cui il
babbo di lei era assente per fare una scappata, una scappata grossa che costò
cinquanta lire, e andarono a Como per tutto un giorno. Quando furono
all'albergo, l'oste domandò se ripartivano col treno della sera; Paolo lungo il
viaggio avea domandato alla Principessa come avrebbe fatto se fosse stata
costretta a rimaner la notte fuori di casa; ella avea risposto ridendo: - Direi
di aver passata la notte al magazzino per un lavoro urgente -. Ora il giovane
guardava imbarazzato lei e l'oste, e non osava dir altro. Ella chinò il capo e
rispose che partivano il domani; quando furono soli si fece di bracia - così
gli si lasciò andare.
Oh, i bei giorni in cui si andava a braccetto sotto gli ippocastani fioriti
senza nascondersi, senza vedere le belle vesti di seta che passavano nelle
carrozze a quattro cavalli, e i bei cappelli nuovi dei giovanotti che
caracollavano col sigaro in bocca! le domeniche in cui si andava a far baldoria
con cinque lire! le belle sere in cui stavano un'ora sulla porta, prima di
lasciarsi, scambiando venti parole in tutto, tenendosi per mano, mentre i
viandanti passavano affrettati! Quando avevano cominciato non credevano che
dovessero arrivare a volersi bene sul serio; - ora che ne avevano le prove
sentivano altre inquietudini.
Paolo non le avea mai parlato di quell'altro di cui avea indovinato l'esistenza
fin dalla prima volta che la Principessa si era lasciata mettere sotto il suo
ombrello; l'avea indovinato a cento nonnulla, a cento particolari
insignificanti, a certo modo di fare, al suono di certe parole. Ora ebbe
un'insana curiosità. - Ella possedeva in fondo una gran rettitudine di cuore, e
gli confessò tutto. Paolo non disse nulla; guardava le cortine di quel gran
letto d'albergo su cui delle mani sconosciute avevano lasciato ignobili macchie.
Sapevano che quella festa un giorno o l'altro avrebbe avuto fine; lo sapevano
entrambi e non se ne davano pensiero gran fatto, - forse perché avevano dinanzi
la gran festa della giovinezza. - Lui anzi si sentì come alleggerito da quella
confessione che la ragazza gli avea fatto, quasi lo sdebitasse di ogni scrupolo
tutto in una volta, e gli rendesse più agevole il momento di dirle addio. A
quel momento ci pensavano spesso tutt'e due, tranquillamente, come cosa
inevitabile, con certa rassegnazione anticipata e di cattivo augurio. Ma adesso
si amavano ancora e si tenevano abbracciati. - Quando quel giorno arrivò
davvero fu tutt'altra storia.
Il povero diavolo avea gran bisogno di scarpe e di quattrini; le sue scarpe
s'erano logorate a correr dietro le larve dei suoi sogni d'artista, e della sua
ambizione giovanile, - quelle larve funeste che da tutti gli angoli d'Italia
vengono in folla ad impallidire e sfumare sotto i cristalli lucenti della
Galleria, nelle fredde ore di notte, o in quelle tristi del pomeriggio. Le
meschine follie del suo amore costavano care! A venticinque anni, quando non s'è
ricchi d'altro che di cuore e di mente, non si ha il diritto di amare, fosse
anche una Principessa; non si ha il diritto di distogliere lo sguardo, fosse
anche per un sol momento, sotto pena di precipitare nell'abisso, dalla splendida
illusione che vi ha affascinato e che può farsi la stella del vostro avvenire;
bisogna andare avanti, sempre avanti, cogli occhi intenti in quel faro, avidi,
fissi, il cuore chiuso, le orecchie sorde, il piede instancabile e inesorabile,
dovesse camminare sul cuore istesso. Paolo fu malato, e nessuno seppe nulla di
lui per tre interi giorni, nemmen la Principessa.
Erano incominciati i giorni squallidi e lunghi in cui si va a passeggiare nelle
vie polverose fuori le porte, a guardare le mostre dei gioiellieri, e a leggere
i giornali appesi agli sportelli delle edicole, i giorni in cui l'acqua che
scorre sotto i ponti del Naviglio dà le vertigini, e guardando in alto si
vedono sempre le guglie del Duomo che vi affascinano. La sera, quando aspettava
in via Silvio Pellico, faceva più freddo del solito, le ore erano più lunghe,
e la Principessa non aveva più la solita andatura svelta e leggiadra.
In quel tempo gli capitò addosso una fortuna colossale, qualcosa come
quattromila lire all'anno perché andasse a pestare il piano pei caffè e i
concerti americani. Accettò colla stessa gioia come se avesse avuto il diritto
di scegliere: dopo pensò alla Principessa. La sera, la invitò a cena, in un
gabinetto riservato dei Biffi, al pari di un riccone dissoluto. Avea avuto un
acconto di cento lire e ne spese buona parte. La povera ragazza spalancava gli
occhi a quel festino da Sardanapalo, e dopo il caffè, col capo alquanto peso,
appoggiò le spalle al muro, seduta come era sul divano. Era un po' pallida, un
po' triste, ma più bella che mai. Paolo le metteva spesso le labbra sul collo,
vicino alla nuca; ella lo lasciava fare, e lo guardava con occhi attoniti, quasi
avesse il presentimento di una sciagura. Ei sentivasi il cuore stretto in una
morsa, e per dirle che le voleva un gran bene le domandava come avrebbero fatto
quando non si fossero più visti. La Principessa stava zitta, volgendo il capo
dalla parte dell'ombra, cogli occhi chiusi, e non si muoveva per dissimulare
certi lagrimoni grossi e lucenti che scorrevano e scorrevano per le guance.
Allorché il giovane se ne accorse ne fu sorpreso: era la prima volta che la
vedeva piangere. - Cos'hai? - domandava. Ella non rispondeva, o diceva - nulla!
- con voce soffocata; - diceva sempre così, ch'era poco espansiva, e aveva
superbiette da bambina. - Pensi a quell'altro? - domandò Paolo per la prima
volta. - Sì! - accennò ella col capo, - sì - ed era vero. Allora si mise a
singhiozzare.
L'altro! voleva dire il passato: voleva dire i bei giorni di sole e d'allegria,
la primavera della giovinezza, il suo povero affetto destinato a strascinarsi
così, da un Paolo all'altro, senza pianger troppo quand’era triste, e senza
far troppo chiasso quand’era gaio; voleva dire il presente che se ne andava,
quel giovane che oramai faceva parte del suo cuore e della sua carne, e che
sarebbe divenuto un estraneo anche lui, fra un mese, fra un anno o due.
Paolo in quel momento ruminava forse vagamente i medesimi pensieri e non ebbe il
coraggio di aprir bocca. Soltanto l'abbracciò stretto stretto e si mise a
piangere anche lui. - Avevano cominciato per ridere.
- Mi lasci? - balbettò la Principessa. - Chi te l'ha detto? - Nessuno, lo so,
lo indovino. Partirai? - Ei chinò il capo. Ella lo fissò ancora un istante
cogli occhi pieni di lagrime, poi si voltò in là, e pianse cheta cheta.
Allora, forse perché non avea la testa a casa, o il cuore troppo grosso,
ricominciò a vaneggiare, e gli raccontò quel che gli aveva sempre nascosto per
timidità o per amor proprio; gli disse com'era andata con quell'altro. A casa
non erano ricchi, per dir la verità; il babbo aveva un piccolo impiego
nell'amministrazione delle ferrovie, e la mamma ricamava; ma da molto tempo la
sua vista s'era indebolita, e allora la Principessa era entrata in un magazzino
di mode per aiutare alquanto la famiglia.
Colà, un po' le belle vesti che vedeva, un po' le belle parole che le si
dicevano, un po' l'esempio, un po' la vanità, un po' la facilità, un po' le
sue compagne e un po' quel giovanotto che si trovava sempre sui suoi passi,
avevano fatto il resto. Non avea capito di aver fatto il male, che allorquando
aveva sentito il bisogno di nasconderlo ai suoi genitori: il babbo era un
galantuomo, la mamma una santa donna; sarebbero morti di dolore se avessero
potuto sospettare la cosa, e non l'aveano mai creduto possibile, giacché
avevano esposto la figliuola alla tentazione. La colpa era tutta sua... o
piuttosto non era sua; ma di chi era dunque? Certo che non avrebbe voluto
conoscer quell'altro, ora che conosceva il suo Paolo, e quando Paolo l'avrebbe
lasciata non voleva conoscer più nessuno...
Parlava a voce bassa, sonnecchiando, appoggiando il capo sulla spalla di lui.
Allorché uscirono dal Biffi indugiarono alquanto pel cammino, rifacendo tutta
la triste via crucis dei loro cari e mesti ricordi: la cantonata dove s'erano
incontrati, il marciapiedi sul quale s'erano fermati a barattar parole la prima
volta. - To'! - dicevano, - è qui! - No è più in là -. Andavano come
oziando, intontiti; nel separarsi si dissero - a domani -.
Il giorno dopo Paolo faceva le valige, e la Principessa, inginocchiata dinanzi
al vecchio baule sgangherato, l'aiutava ad assestavi le poche robe, i libri, le
carte di musica sulle quali ella avea scarabocchiato il suo nome, in quei giorni
là. - Quei panni glieli aveva visti indosso tante volte! - una cosa copriva
l'altra, e stringeva il cuore il vederle scomparire così, una alla volta. Paolo
le porgeva ad uno ad uno i panni che andava a prendere dal cassettone o
dall'armadio; ella li guardava un momento, li voltava e rivoltava, poi riponeva
per bene, senza che facessero una piega, fra le calze e i fazzoletti; non
dicevano molte parole, e mostravano d'aver fretta. La ragazza avea messo da
banda un vecchio calendario sul quale Paolo soleva fare delle annotazioni. -
Questo me lo lascerai? - gli disse. Ei fece cenno di sì senza voltarsi.
Quando il baule fu pieno rimanevano ancora qua e là, su per le seggiole e il
portamantelli, dei panni logori e il vecchio soprabito. - A quella roba penserò
domani, - disse Paolo; la ragazza premeva sul coperchio col ginocchio mentre
egli affibbiava le corregge; poi andò a raccogliere il velo e l'ombrellino che
aveva lasciati sul letto e si mise a sedere sulla sponda tristamente. Le pareti
erano nude e tristi; nella camera non rimaneva altro che quella gran cassa, e
Paolo il quale andava e veniva, frugando nei cassetti, e raccogliendo in un gran
fagotto le altre robe.
La sera andarono a spasso l'ultima volta. Ella gli si appoggiava al braccio
timidamente, quasi l'amante cominciasse a diventare un estraneo per lei.
Entrarono al Fossati, come nei giorni di festa, ma partirono di buon'ora, e non
si divertirono molto. Il giovine pensava che tutta quella gente lì ci sarebbe
tornata altre volte e avrebbe trovato la Principessa - ella, che non avrebbe più
visto Paolo fra tutta quella gente. Solevano bere la birra in un caffeuzzo al
Foro Buonaparte; Paolo amava quella gran piazza per la quale avea passeggiato
tante volte, nelle sere di estate, colla sua Principessa sotto il braccio.
Da lontano s'udiva la musica del caffè Gnocchi, e si vedevano illuminate le
finestre rotonde del Teatro Dal Verme. Di tratto in tratto, lungo la via oscura,
formicolavano dei lumi e della gente dinanzi i caffè e le birrerie. Le stelle
sembravano tremolare in un azzurro cupo e profondo; qua e là, nel buio dei
viali e fra mezzo agli alberi, luccicava una punta di gas, davanti alla quale
passavano a due a due delle ombre nere e tacite. Paolo pensava: - Ecco l'ultima
sera! -
S'erano messi a sedere lontano dalla folla, nel cantuccio meno illuminato,
volgendo le spalle ad una contraspalliera di arbusti rachitici piantati in
vecchie botti di petrolio; la Principessa strappò due fogliuzze e ne diede una
a Paolo - altre volte si sarebbe messa a ridere. - Venne un cieco che
strimpellava un intero repertorio sulla chitarra; Paolo gli diede tutti i
soldoni che aveva in tasca.
Si rividero un'ultima volta alla stazione, al momento della partenza, nell'ora
amara dell'addio affrettato, distratto, senza pudore, senza espansione e senza
poesia, fra la ressa, l'indifferenza, il frastuono e la folla della partenza. La
Principessa seguiva Paolo come un'ombra, dal registro dei bagagli allo
sportellino dei biglietti, facendo tanti passi quanti ne faceva lui, senza aprir
bocca, col suo ombrellino sotto il braccio: era bianca come un cencio e
null'altro. - Egli al contrario era tutto sossopra e avea un'aria affaccendata.
Al momento d'entrare nella sala d'aspetto un impiegato domandò i biglietti;
Paolo mostrò il suo; ma la povera ragazza non ne aveva; - colà dunque si
strinsero la mano in fretta dinanzi un mondo di gente che spingeva per entrare,
e l'impiegato che marcava il biglietto.
Ella era rimasta ritta accanto all'uscio, col suo ombrellino fra le mani, come
se aspettasse ancora qualcheduno, guardando qua e là i grandi avvisi incollati
alle pareti, e i viaggiatori che andavano dallo sportello dei biglietti alle
sale d'aspetto; li accompagnava con quello stesso sguardo imbalordito dentro la
sala, e poi tornava a guardare gli altri che giungevano.
Infine, dopo dieci minuti di quell'agonia, suonò la campana, e s'udì il
fischio della macchina. La ragazza strinse forte il suo ombrellino, e se ne andò
lenta lenta, barcollando un poco; fuori della stazione si mise a sedere su di un
banco di pietra.
- Addio! tu che te ne vai, tu con cui il mio cuore ha vissuto! Addio tu che sei
andato prima di lui! Addio tu che verrai dopo di lui, e te ne andrai come lui se
n'è andato, addio! - Povera ragazza!
E tu, povero grande artista da birreria, va a strascinare la tua catena; va a
vestirti meglio e a mangiare tutti i giorni; va ad ubbriacare i tuoi sogni di
una volta fra il fumo delle pipe e del gin, nei lontani paesi dove nessuno ti
conosce e nessuno ti vuol bene; va a dimenticare la Principessa fra le altre
principesse di laggiù, quando i danari raccolti alla porta del caffè avranno
scacciato la melanconica immagine dell'ultimo addio scambiato là, in quella
triste sala d'aspetto. E poi, quando ritornerai, non più giovane, né povero, né
sciocco, né entusiasta, né visionario come allora, e incontrerai la
Principessa, non le parlare del bel tempo passato, di quel riso, di quelle
lagrime, ché anche ella si è ingrassata, non si veste più a credenza al
Cordusio, e non ti comprenderebbe più. E ciò è ancora più triste - qualche
volta.
Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori,
suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: - Viva la
libertà! -
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino
dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di
berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una
stradicciuola.
- A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! -
Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata
soltanto delle unghie. - A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l'anima!
- A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del
sangue del povero! - A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non
aveva niente! - A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del
prossimo per due tarì al giorno! -
E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto
rosso di sangue! - Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai
cappelli! -
Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece
cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. - Perché? perché mi
ammazzate? - Anche tu! al diavolo! - Un monello sciancato raccattò il cappello
bisunto e ci sputò dentro. - Abbasso i cappelli! Viva la libertà! - Te'! tu
pure! - Al reverendo che predicava l'inferno per chi rubava il pane. Egli
tornava dal dir messa, coll'ostia consacrata nel pancione. - Non mi ammazzate,
ché sono in peccato mortale! - La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia
che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l'inverno della fame, e rimpieva la
Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a
qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli
usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo
allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e
sgozza dalla rabbia. - Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere
cosa fosse - lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia - don Paolo,
il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in
groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva
ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie
lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la
scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. - Paolo! Paolo! - Il primo lo
colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e
lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.
Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici
anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era
rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio,
gridandogli: - Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la
bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di
un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva
messo lo scarpone sulla guancia e glie l'aveva sfracellata; nonostante il
ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva
visto ammazzare suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà,
gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere
un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. - Un altro gridò: -
Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! -
Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare
tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! - Non era più la fame, le bastonate,
le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le
donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l'ira in
falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. - Tu che venivi a
pregare il buon Dio colla veste di seta! - Tu che avevi a schifo
d'inginocchiarti accanto alla povera gente! - Te'! Te'! - Nelle case, su per le
scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su
delle facce insanguinate! e quanti anelli d'oro nelle mani che cercavano di
parare i colpi di scure!
La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti
piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la
pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da
rispondere. Prima c'era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. - Viva la
libertà! - E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulle gradinate,
scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. - I campieri dopo! - Prima
volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono.
Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata - e le
stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni,
avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora
colle carni bianche anch'esso, puntellava l'uscio colle sue mani tremanti,
gridando: - Mamà! mamà! - Al primo urto gli rovesciarono l'uscio addosso. Egli
si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s'era
rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca
colla mano perché non gridasse, pazza. L'altro figliolo voleva difenderla col
suo corpo, stralunato, quasi avesse avute cento mani, afferrando pel taglio
tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un
altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della
ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L'altro
fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano,
gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano
che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire
nel mucchio e luccicavano in aria.
E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi
della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a
sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a
sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno.
Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il
lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i
canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni
cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.
Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il
sagrestano s'era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che
cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi;
ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi,
quando furono in molti, si diedero a mormorare. - Senza messa non potevano
starci, un giorno di domenica, come i cani! - Il casino dei galantuomini era
sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la
settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio,
nella caldura gialla di luglio.
E come l'ombra s'impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava
tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola
che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i
boschi cupi sui fianchi dell'Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei
campi. Ciascuno fra di sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato
di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. - Libertà voleva dire che
doveva essercene per tutti! - Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero
preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! - Se non c'era più il perito
per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe
fatto a riffa e a raffa! - E se tu ti mangi la tua parte all'osteria, dopo
bisogna tornare a spartire da capo? - Ladro tu e ladro io -. Ora che c'era la
libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei
galantuomini! - Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora
la scure.
Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva
tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire
lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto
delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e
si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano
sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi,
curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran
cavallo nero, innanzi a tutti, solo.
Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi
ragazzi come un padre. La mattina, prima dell'alba, se non si levavano al suono
della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco.
Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo,
il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano
inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe
parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando
glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del
paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i
mortaletti della festa.
Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali,
arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello
strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti
di fianco sulla scranna, e dicendo - ahi! - ogni volta che mutavano lato. Un
processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a
piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le
loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai
solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color
d'oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva
gomito, e si potevano vedere in faccia i prigionieri. Alla città li chiusero
nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre
colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì,
in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano
sempre più gialli in quell'ombra perenne, senza scorgere mai il sole. Ogni
lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri
giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle
minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città,
né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane
bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano
a passare una notte sull'uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco
a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta
si perdette nella città e non se ne seppe più nulla. Tutti gli altri in paese
erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano
lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere
senza i galantuomini.Fecero la pace. L'orfano dello speziale rubò la moglie a
Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva
ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva
che suo marito le tagliasse la faccia, all'uscire dal carcere, egli ripeteva: -
Sta tranquilla che non ne esce più -. Ormai nessuno ci pensava; solamente
qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la
pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano
tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di
conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all'aria ci vanno i
cenci.
Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il
sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta
che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano
accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere
i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia - ché capponi davvero
si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello
speziale, che s'era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in
piedi ad uno ad uno. - Voi come vi chiamate? - E ciascuno si sentiva dire la
sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le
chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la
schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su
una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro
occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici
galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o
ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non
essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la
libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne
andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli
occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che
parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e
disse: - Sul mio onore e sulla mia coscienza!...
Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: - Dove mi
conducete? - In galera? - O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di
terra! Se avevano detto che c'era la libertà!... -

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