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Audiolibro
codice:
RLA-005 (2
CD Audio)
ISBN:
88-89352-04-3
Giovanni
Verga
Novelle
(selezione)
Lettura interpretata
da
Claudio
Carini
Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso
là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e
gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e i
pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingannare la
noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell'ora in
cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell'immensa campagna, e i
muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la sua
canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:
- Qui di chi è? - sentiva rispondersi: - Di Mazzarò -. E passando vicino a una
fattoria grande quanto un paese, coi magazzini che sembrano chiese, e le galline
a stormi accoccolate all'ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano
sugli occhi per vedere chi passava: - E qui? - Di Mazzarò -. E cammina e
cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all'improvviso
l'abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si
allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere,
e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il
capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse: - Di Mazzarò -. Poi
veniva un uliveto folto come un bosco, dove l'erba non spuntava mai, e la
raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché
il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si
incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio
dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell'acqua
scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla pendice brulla,
le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio
del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora
no, e il canto solitario perduto nella valle. - Tutta roba di Mazzarò. Pareva
che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano,
e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il
sibilo dell'assiolo nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande
per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. - Invece
egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato un
baiocco, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e non si sapeva
come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che due soldi di pane; e sì
ch'era ricco come un maiale; ma aveva la testa ch'era un brillante, quell'uomo.
Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella roba, dove
prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll'acqua,
col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si
rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano
dell'eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano. Né per questo egli era
montato in superbia, adesso che tutte le eccellenze del paese erano suoi
debitori; e diceva che eccellenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore;
ma egli portava ancora il berretto, soltanto lo portava di seta nera, era la sua
sola grandezza, e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro,
perché costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove
arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga - dappertutto, a destra e a
sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Più di cinquemila
bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che
mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la quale mangiava meno
di tutte, e si contentava di due soldi di pane e un pezzo di formaggio,
ingozzato in fretta e in furia, all'impiedi, in un cantuccio del magazzino
grande come una chiesa, in mezzo alla polvere del grano, che non ci si vedeva,
mentre i contadini scaricavano i sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il
vento spazzava la campagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro
un corbello, nelle calde giornate della mèsse. Egli non beveva vino, non
fumava, non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti
lungo il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si
vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne. Di
donne non aveva mai avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata
anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto.
Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando
andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, ed aveva provato
quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star
colla schiena curva 14 ore, col soprastante a cavallo dietro, che vi piglia a
nerbate se fate di rizzarvi un momento. Per questo non aveva lasciato passare un
minuto della sua vita che non fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso
i suoi aratri erano numerosi come le lunghe file dei corvi che arrivano in
novembre; e altre file di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le
donne che stavano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le
sue olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze che
vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei villaggi interi
alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna, era per la
vendemmia di Mazzarò. Alla mèsse poi i mietitori di Mazzarò sembravano un
esercito di soldati, che per mantenere tutta quella gente, col biscotto alla
mattina e il pane e l'arancia amara a colazione, e la merenda, e le lasagne alla
sera, ci volevano dei denari a manate, e le lasagne si scodellavano nelle madie
larghe come tinozze. Perciò adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei
suoi mietitori, col nerbo in mano, non ne perdeva d'occhio uno solo, e badava a
ripetere: - Curviamoci, ragazzi! - Egli era tutto l'anno colle mani in tasca a
spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che a Mazzarò gli
veniva la febbre, ogni volta.
Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riempivano di
grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire tutto; e ogni volta
che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per contare il denaro,
tutto di 12 tarì d'argento, ché lui non ne voleva di carta sudicia per la sua
roba, e andava a comprare la carta sudicia soltanto quando aveva da pagare il
re, o gli altri; e alle fiere gli armenti di Mazzarò coprivano tutto il campo,
e ingombravano le strade, che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e
il santo, colla banda, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.
Tutta quella roba se l'era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col non
dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria, coll'affaticarsi
dall'alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la pioggia, col
logorare i suoi stivali e le sue mule - egli solo non si logorava, pensando alla
sua roba, ch'era tutto quello ch'ei avesse al mondo; perché non aveva né
figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la sua roba. Quando uno è
fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.
Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita, perché la
roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel barone che prima
era stato il padrone di Mazzarò, e l'aveva raccolto per carità nudo e crudo
ne' suoi campi, ed era stato il padrone di tutti quei prati, e di tutti quei
boschi, e di tutte quelle vigne e tutti quegli armenti, che quando veniva nelle
sue terre a cavallo coi campieri dietro, pareva il re, e gli preparavano anche
l'alloggio e il pranzo, al minchione, sicché ognuno sapeva l'ora e il momento
in cui doveva arrivare, e non si faceva sorprendere colle mani nel sacco. -
Costui vuol essere rubato per forza! - diceva Mazzarò, e schiattava dalle risa
quando il barone gli dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle
mani, borbottando: - Chi è minchione se ne stia a casa, - la roba non è di chi
l'ha, ma di chi la sa fare -. Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non
mandava certo a dire se veniva a sorvegliare la messe, o la vendemmia, e quando,
e come; ma capitava all'improvviso, a piedi o a cavallo alla mula, senza
campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto ai suoi covoni, cogli
occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.
In tal modo a poco a poco Mazzarò divenne il padrone di tutta la roba del
barone; e costui uscì prima dall'uliveto, e poi dalle vigne, e poi dai pascoli,
e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che non passava giorno
che non firmasse delle carte bollate, e Mazzarò ci metteva sotto la sua brava
croce. Al barone non rimase altro che lo scudo di pietra ch'era prima sul
portone, ed era la sola cosa che non avesse voluto vendere, dicendo a Mazzarò:
- Questo solo, di tutta la mia roba, non fa per te -. Ed era vero; Mazzarò non
sapeva che farsene, e non l'avrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava
ancora del tu, ma non gli dava più calci nel di dietro.
- Questa è una bella cosa, d'avere la fortuna che ha Mazzarò! - diceva la
gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti
pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera,
e come quella testa che era un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio
di una macina del mulino, per fare la roba; e se il proprietario di una chiusa
limitrofa si ostinava a non cedergliela, e voleva prendere pel collo Mazzarò,
dover trovare uno stratagemma per costringerlo a vendere, e farcelo cascare,
malgrado la diffidenza contadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la
fertilità di una tenuta la quale non produceva nemmeno lupini, e arrivava a
fargliela credere una terra promessa, sinché il povero diavolo si lasciava
indurre a prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto,
la casa e la chiusa, che Mazzarò se l'acchiappava - per un pezzo di pane. - E
quante seccature Mazzarò doveva sopportare! - I mezzadri che venivano a
lagnarsi delle malannate, i debitori che mandavano in processione le loro donne
a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scongiurarlo di non metterli in
mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o l'asinello, che non avevano da
mangiare.
- Lo vedete quel che mangio io? - rispondeva lui, - pane e cipolla! e sì che ho
i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba -. E se gli
domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva: - Che, vi pare
che l'abbia rubata? Non sapete quanto costano per seminarle, e zapparle, e
raccoglierle? - E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l'aveva.
E non l'aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce ne
volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed usciva come
un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva
che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un
pezzo di terra; perché voleva arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re,
ed esser meglio del re, ché il re non può né venderla, né dire ch'è sua.
Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra doveva
lasciarla là dov'era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi
logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne
vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto sul corbello, col
mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli verdeggiavano sotto gli occhi,
e i campi che ondeggiavano di spighe come un mare, e gli oliveti che velavano la
montagna come una nebbia, e se un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo
sotto il peso come un asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe,
per invidia, e borbottava:
- Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente! -
Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare
all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a
colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: - Roba mia,
vientene con me! -
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