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19/10/2016

Dopo essermi notevolmente dilettato nell'ascolto dei Viceré, libro che avevo letto molti anni orsono, ho avuto ora la felice opportunità di comprare la vostra ultima incisione, Il marchese di Roccaverdina. Ne sono rimasto totalmente affascinato!
Un capolavoro, sia il testo di Capuana (un autore, purtroppo oggi poco o per nulla letto) sia l'interpretazione. 
Bravissimi!
Giorgio Galifi      

 

31/12/2014

Federigo Tozzi
Tre croci
Lettura integrale interpretata da Claudio Carini
Recitar Leggendo, Perugia 2005 – 
www.recitarleggendo.com  1 CD MP3  

 Tre croci è il penultimo romanzo del grande scrittore senese Federigo Tozzi (1883-1920), vergato di getto nel 1918 e pubblicato nel 1920, poche settimane prima della sua prematura scomparsa. Il punto di partenza è costituito da un recente fatto di cronaca locale: il suicidio di Giulio Torrini, libraio antiquario travolto dai debiti, cui seguiranno nel giro di pochi anni le “male morti” dei fratelli Niccolò ed Enrico. Tozzi ne aveva già riferito in un articolo uscito nel 1915 su “La Vedetta Senese” e decise di scriverne tempo dopo un romanzo, mantenendo inalterati i nomi di battesimo degli sventurati compaesani ma mutando in Gambi il loro cognome.  

Tre croci, rispetto ai precedenti Con gli occhi chiusi (1919) e Il podere (1921), è meno autobiografico e sicuramente mette a frutto i consigli dell’amico e sodale Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952), che lo orientava verso uno stile più distaccato: non a caso Aldo Rossi lo definisce “un romanzo oggettivo toto coelo”. Tuttavia vi ritornano temi e spunti profondamente radicati nella sua poetica: anche qui, infatti, i protagonisti vivono separati e dissociati dalla realtà, isolati dagli altri sul piano relazionale e comunicativo più profondo e autentico, “impotenti alla vita” e spesso avvolti “in una nube di sogno” (Mario Puppo e Giorgio Cavallini); anche qui c’è un genitore presente come dura eredità paterna e il farsene carico da orfani costituisce soltanto una colpa da espiare, pur nella consapevolezza che il male viene prima degli uomini e delle loro sorti personali; verrebbe da dire: quasi a prescindere da essi, dei quali tuttavia determina inesorabilmente il destino.  

Ma il tema forse più avvincente di Tre croci (e in realtà ne costituisce anche il “motore” poetico e stilistico) è quello del dolore della parola. E’ lo stesso Tozzi a indicarci la strada: “Fino ad ora le cose passavano quasi lisce; ma non si può continuare a vivere così troppo alla buona, quando si sa che tra le cose e le parole non c’è più quella vergine fede di una volta”. La crisi della parola e del linguaggio, quindi; e il dolore creativo di uno scrittore che con le parole doveva comunque fare i conti: “Le parole debbono sprizzare come le faville dalla selce perché vi si batte sopra: si deve sentire quasi fatica a foggiarle”, scrive Tozzi a proposito della scrittura a suo dire miracolosa di San Bernardino da Siena, uno degli antichi autori toscani che tanto lo appassionavano e lo suggestionavano fin dai suoi anni di apprendistato. 

E’ perciò bello e significativo che un fine dicitore come Claudio Carini abbia scelto di cimentarsi anche con il dolore della parola nel capolavoro di uno scrittore il cui giusto riconoscimento di valore, unito ad un’adeguata rivalutazione critica, è giunto in ritardo e non senza resistenze. Perché Tozzi parte dagli amati e conterranei scrittori medioevali, si forma sul naturalismo e sul decadentismo ma approda infine, per progressiva decantazione, ad uno stile espressionista non lontano dal contemporaneo Franz Kafka (1883-1924). E l’espressionismo non preconizza soltanto il primato della vita interiore dell’individuo rispetto ad una landa inabitabile in cui l’unica cosa certa è la solitudine dell’uomo e la sua incomunicabilità; l’espressionismo è anche il luogo della parola prosciugata, intesa per sottrazione, ridotta financo a puro fonema e ad oggetto sonoro presemantizzato. 

A tal proposito scrive Mario Specchio: “Gli ultimi quadri di quella via crucis che è il romanzo Tre croci ci mostrano i tre fratelli nell’atto finale dell’autodistruzione, incatenati, anch’essi, allo strazio delle parole. Il grido di Giulio strozzato dal cappio che si stringe attorno alla gola, la smorfia di Enrico ‘con la bocca livida, da cui non esciva più nessuna parola che non facesse sentire una cattiveria quasi repugnante’ e la voce di Niccolò, nel delirio, è ‘una voce senza più parole e senza senso; ma con dolcezze tenere, intonata’. L’unica voce capace di emettere suoni teneri e dunque umani è questa di Nicolò, che è una voce, appunto, senza più parole.” E aggiunge: “I personaggi di Tozzi parlano in preda alla smania o alla disperazione, parlano per farsi comprendere o per verificare l’impossibilità di essere compresi, parlano spesso quando nessuno può udirli, ma in ogni caso il momento in cui la voce dà corpo alle parole costituisce anche l’epicentro del sisma che, sconvolgendo contenuti ed intenzioni, sempre più li allontana dalla salvezza.” 

Ma c’è dell’altro. Il tema del dolore della parola afferisce alla dimensione della vita interiore che si schiude a quella esteriore. E in Tre croci la vita esteriore assume spesso le sembianze di una natura profondamente amata da Tozzi eppure imbrigliata e come domata dalla struttura urbanistica di Siena che vi viene qui “rappresentata con una tecnica tra cubista ed espressionista, ma la descrizione, di valore simbolico, si sofferma spesso sul degrado di mura e angoli di strada. La campagna fa da velario lontano, spesso velata dalla nebbia, e ha la funzione di attivare la memoria e la riflessione” (Francesca Bernardini Napoletano).  

In una lettera del 1907 Tozzi scrive: “Fuggivo per i campi a guardare un granturcheto perché esso m’escludeva gli uomini. Che cosa volevo? Io pensavo di scoprire qualche pezzo del mistero che copre tutta la natura. Io avrei dato tutto me stesso per parlare ad un albero. […] Allora gli uomini mi apparivano come greggi da guidare. La mia voce li avrebbe condotti. Non era possibile che un uomo mi amasse. Io non ero più un uomo. Io partecipavo dell’aria e delle nubi. Il mio spirito era simile alla rugiada sparsa per tutti i campi. Ricordavo che gli uomini avessero un corpo? La carne mi appariva come una cosa sconcia da lasciare. Io odiavo ed amavo questa carne. Ma nessuno doveva possedere la mia. Io ero divenuto un Dio. Chi poteva amare me?” 

Alla luce – o all’ombra? – di tutto ciò, per comprendere con quale pietas e devozione Claudio Carini si sia confrontato con Tre croci, andiamo a considerare alcune sue funzionali scelte interpretative. 

Partiamo dalla caratterizzazione vocale di ciascun personaggio: anche in questo caso Carini distingue con nettezza, innanzitutto tramite precise collocazioni di registro, i singoli personaggi, a cominciare naturalmente dai tre fratelli. Giulio è sicuramente il più difficile da rendere vocalmente: la dolente umanità della sua condizione – unitamente al presentimento della sua tragica fine ineluttabile (ma tuttavia con una sorta di superiore distacco, perlomeno nei suoi momenti migliori) – finisce per coinvolgerci sul piano emotivo, anche se la nostra comprensione non ci consente, purtroppo, né di giustificarlo né di assolverlo.  

Nel cap. X Giulio va a fare una passeggiata assieme al cavaliere Nicchioli, l’uomo che aveva firmato delle cambiali per aiutare i fratelli che si erano trovati in difficoltà finanziarie con la libreria antiquaria ereditata dal padre; tuttavia Giulio è roso dal senso di colpa per aver approfittato della generosità e della buona fede del Nicchioli, avendo egli falsificato altrove la sua firma. La tensione di Giulio è tutta nella sua voce, contrappuntata da quella invece cordiale e condiscendente (almeno sulle prime) del suo interlocutore che non sa ancora di essere stato raggirato: Carini in questo senso è di una chiarezza esemplare. A ridosso, però, dopo un breve scambio di battute fra i due, è Siena e una delle sue bellissime descrizioni a rubare la scena: Carini legge questo passo con dolcezza e affabilità, ricordando tuttavia che la natura inviolata e incontaminata – quella così amata da Tozzi – qui è assente, sostituita da una natura piegata ai bisogni umani e da una città che vi si rapporta, come dicevamo testé, domandola. Quello che sorprende di più, in questa come nelle altre descrizioni senesi, è la precisione geometrica della scansione cui la città viene sottoposta, con il predominare di linee che sembrano unire, comporre e collegare e invece finiscono per resecare, recidere e separare, spesso con un senso di vertigine e di capovolgimento della prospettiva acuito dal punto di vista dell’osservatore. Ecco allora che la dolcezza e l’affabilità di Carini suonano sinistramente presaghe di ciò che in effetti – immedicabile – presto accadrà. 

Nel cap. XIII, infine, apice espressionista di tutto il romanzo, è significativo che Giulio decida appena svegliato di “fare la prova della morte” (“Non può essere mi manchi la forza di fare a me quello che non farei agli altri”) e lo dica a sé stesso con l’orgoglio scoperto della sua recuperata dignità, accompagnato in questo letteralmente per mano da Carini; e che dopo prorompa in un gesto liberatorio en plein air, di regressione e di ritorno alla natura, proprio mentre si trova nel centro di Siena: “A Giulio pareva di respirare con una boccata sola tutta l’aria della piazza; ed era come un ragazzo che si trova dinanzi a cose che non può capire, ma vi si attacca lo stesso. Sentiva che poteva parlare con quanta sincerità voleva; una sincerità immensa”. Non sorprende che Carini dia a questo passo un senso di crescente trepidazione che ben gli si attaglia. 

Le ultime righe del capitolo – il suicidio apparentemente accidentale di Giulio nel deliquio e nelle allucinazioni – portano Carini a seguire interpretativamente questo angustiante fiume in piena fino a quando il suo sbocco nella pace mortale determina un improvviso e quasi ieratico rallentamento, tuttavia corroborato da un tiepido afflato di fraternità, di cui il ritrovato silenzio costituisce solo il tratto più evidente: “Allora, spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio. Sentendosi stringere, avrebbe voluto gridare; ma non gli riescì”.  

Come scrive ancora Mario Specchio: “La lingua di Tozzi è la lingua del silenzio, ma non come trasposizione dell’ineffabile o scommessa giuocata sul Nulla […]: la lingua di Tozzi è la cifra del silenzio tradotto nella sua oggettiva equivalenza comunicativa ed il silenzio si articola in rappresentazione scultorea del gesto.”  

Roberto Ghedini

 

22/05/2014

Buonasera ,
vi scrivo semplicemente per ringraziarvi dell'eccellente qualità dei vostri audiolibri,
La lettura da parte di Claudio Carini dei capolavori di Omero, Pirandello, Machiavelli e Svevo mi ha sempre emozionato, ma devo dire che la lettura (e anche la traduzione!) del Don Chisciotte è particolarmente commovente. Ho appena terminato il secondo ascolto e sono ancora profondamente suggestionato dalla meravigliosa resa della "obra cumbre" della letteratura universale!
L'unica controindicazione ad una lettura così bella è che si prova seriamente la tentazione di farsi cavaliere errante per cercare avventure, raddrizzare torti e proteggere orfani, vedove e donzelle!
Ancora grazie.
Gabriele Ghiotti da Torino

12/07/2012

Charles Dickens
Racconto di Natale
Riduzione dall’originale e lettura interpretata da Claudio Carini
Recitar Leggendo, Perugia 2009 - www.recitarleggendo.com
1 CD AUDIO (durata 1h 20’)


Il 7 febbraio scorso ricorreva il bicentenario della nascita di Charles Dickens (1812-1870). Quel giorno anche Radio3 gli ha reso omaggio con ‘Grandi speranze per tempi difficili’, una puntata speciale di ‘Farhenheit’ condotta da Marino Sinibaldi, che ci consente di fare il punto su uno scrittore popolarissimo quanto discusso e controverso, nonché di introdurre l’audiolibro in oggetto. 
     Simonetta Agnello Hornby, ad esempio, ribadisce che “il grande Dickens è stato un cattivo marito e un padre non buono”, aggiungendo che “spessissimo i grandi uomini – la gente che fatica per gli altri – in famiglia hanno poco da dare”: è questa, in estrema sintesi, la fondamentale ambiguità (o ambivalenza) di uno scrittore, il cui patetismo prenderebbe corpo in storie tormentate fino all’eccesso e in personaggi perseguitati dagli uomini e dalla sfortuna fino all’inverosimile.
     Riascoltando a distanza di quasi quarant’anni la puntata delle ‘Interviste impossibili’ di Radio3 dedicata a Dickens (interpretato da un Carmelo Bene quasi caricaturale), si avverte abbastanza distintamente che l’origine di tante discussioni e controversie consiste in un pregiudizio non sempre suffragato da una conoscenza approfondita delle sue opere. Come viziata da un pregiudizio sembra la critica di George Orwell, secondo il quale “Dickens analizza la realtà sociale in modi alla Marx ed Engels, ma non va oltre a questo assunto” e quindi si ferma sulla soglia.
      Ci ammonisce però Marino Sinibaldi: “il mondo di Dickens non è un mondo a parte”; e la misura che pare colma e tracimante nei suoi romanzi deriva semplicemente dal “suo vorace interesse per gli uomini” (Carlo Fruttero). Conoscere gli uomini per poterli cambiare e con essi provare a
modificare le strutture in cui le loro relazioni si declinano: ecco allora la solida coscienza civile di Dickens, la sua lotta contro le ingiustizie e le disparità sociali, il suo impegno diuturno per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tanti vinti e oppressi (lui stesso aveva incominciato a lavorare a dodici anni in una fabbrica di lucido da scarpe per pagare i debiti del padre). Il suo è un interesse anche giornalistico (Andrea Brivio lo definisce “un blogger ante litteram”), ma è soprattutto un interesse sociale e politico nutrito da una sconfinata fiducia nel potere pedagogico ed educativo della scrittura, corroborata d’altra parte dall’imperituro successo e dalla immensa notorietà ottenuti ancor in vita con la pubblicazione dei suoi libri, seppur sempre coadiuvata da una
meticolosa opera di promozione e divulgazione gestite in prima persona.
       Un’altra questione aperta è quella dello stile in senso stretto. Nadia Fusini dice che Dickens “ama la realtà e la vuole conoscere”: ma esiste un vero e proprio realismo dickensiano? Per Giorgio Montefoschi lo scrittore fu molto amato da Dostoevskij per la sua capacità di “affondare nell’oscurità dell’animo umano: nel suo mondo letterario c’è tutto, non manca niente, eppure tutto ha una connotazione onirica e un’aura fiabesca”.
        “Creare uno sfondo estremamente realistico che funzioni, dove si possa ritrovare la realtà che c’è anche fuori casa, che chiunque può vedere, e su questo sfondo mettere dei personaggi caricaturali, grotteschi; i quali, proprio in quanto caricaturali e grotteschi, non sono realistici”: così si esprime a riguardo Alessandro Vescovi. “Nella sua recente versione cinematografica di ‘A Christmas Carol’ (2009) – prosegue – Robert Zemeckis ricostruisce Londra in modo maniacale, mentre i personaggi, interpretati da veri attori ripresi con la tecnica del ‘motion capture’, risultano grotteschi, caricaturali”. 
         In altre parole, c’è un realismo dello sfondo su cui si stagliano figure umane tutt’altro che realistiche; ed è così che quella che sembrava una ambiguità dello stile si rivela uno sdoppiamento della percezione, determinato da una rappresentazione in cui ciò che viene messo in primo piano è reale e definito soltanto fino a quando non travalica nella dimensione del sogno; di una realtà cioè soltanto possibile, alternativa o vagheggiata, che dalla dimensione della fiaba mutua gli eroi e le peripezie spesso inverosimili in cui costoro devono riuscire a districarsi per ristrutturare se stessi, ritrovare la propria identità, scoprire la propria vocazione o, più prosaicamente, trarsi d’impaccio. Ciò che viene messo sullo sfondo, per contro, è sempre molto ‘oggettivo’, ben localizzabile e chiaramente riconoscibile: e si tratta di uno sfondo che trae la sua evidenza dal fatto di essere largamente condivisibile in tutti i suoi particolari.
Ci dobbiamo schierare pro o contro Dickens, allora? E’ ancora Montefoschi a tentare una mediazione, segnalando “la grande capacità di questo scrittore di inventare trame – e la trama funziona sempre”; mentre gli dà man forte Pietro Citati secondo il quale, sic et simpliciter, “chi non ama Dickens commette peccato mortale”.

       Claudio Carini è l’unico editore italiano di audiolibri che cura personalmente la lettura interpretata di tutti i titoli del suo catalogo, peraltro sempre senza musiche di sottofondo ed effetti sonori: una fatica non da poco, com’è facilmente intuibile, ma anche la garanzia di una unitarietà di impostazione che può piacere molto, soprattutto agli appassionati puristi.
        Preconizzando il bicentenario, anche Carini ha deciso di cimentarsi con ‘A Christmas Carol in Prose’ (1843) di Charles Dickens, approntando però una riduzione rispetto all’originale per poter restare entro i limiti di durata di un solo CD AUDIO: cosa, questa, che lo ha costretto a snellire diversi momenti e a tagliarne altri; ma alla fine Carini è uscito a testa alta dalla prova intrapresa con un testo che scorre piacevolmente e, soprattutto, risulta rinvigorito dalla qualità della sua interpretazione.
        La voce di questo interprete – la quale è ben diversamente connotata rispetto a quella che mette in campo quando si trova a calcare le scene, come lui stesso tiene a precisare – emerge per sobrietà, morbidezza e una vocazione ‘cameristica’ che traspare da alcuni ricorrenti atteggiamenti. Due fra tutti. Anche quando potrebbe forzare l’emissione, preferisce lavorare più sul colore, sul ritmo e sulla velocità della articolazione che sulla intensità e sulla dinamica, in modo da conferire corpo e tensione restando nei limiti di una dicitura fine e rattenuta; nei dialoghi, ancora, Carini distingue sempre meticolosamente il timbro degli incisi da quello delle parole proferite dai singoli personaggi, che sono spesso a loro volta differenziati in modo da consentire all’ascoltatore una più chiara attribuzione dei ruoli.
        La cosa più difficile che Carini si trova a dover affrontare in questo audiolibro – e in tal senso la scelta di una riduzione probabilmente non lo agevola – consiste, forse, nella tracciatura anche vocale della trasformazione interiore (che di fatto è un ritrovamento di se stesso) del protagonista Ebenezer Scrooge: un percorso psicologico che difatti Carini si propone di accompagnare con un colore vocale che muta progressivamente, poco per volta, ingentilendosi man mano e come ‘riumanizzandosi’; ed è un percorso particolare, perché il bambino ritrovato deve prendere il posto del vecchio riottoso e inasprito.
       In conclusione, anche con questa realizzazione Carini prosegue con onore un progetto – quello di Recitar Leggendo – che lo rende peculiare e immediatamente riconoscibile nel panorama degli editori italiani di audiolibri.

Roberto Ghedini

 

 
http://www.youtube.com/ watch?v=mE1yZ5SlBGc
 
www.youtube.com
Recitar Leggendo Audiolibri a cura di Claudio Carini I grandi classici interpretati ad alta voce in internet e nelle migliori librerie Miguel Cervantes Saave...
· · · 4 marzo alle ore 11.00

 

Omero
"Odissea"
Nuova edizione integrale
(durata: 14 ore)
©2010 1 CD MP3
...Visualizza altro
 
· · · 8 dicembre 2011 alle ore 9.30

 

5.0 out of 5 stars Divine indeed., November 30, 2008

[[ASIN:8889352094 La Divina Commedia di Dante Alighieri (Dante Alighieri's Divine Comedy Unabridged Audiobook Read in Italian)]
This is a remarkably lovely recording, all on one CD. Claudio Carini's mellifluous and poetic voice carries the listener through the whole fascinating story in the most beautiful way (I found myself unwilling to be interrupted). You do not have to be fluent in Italian to benefit. Someone with very patchy Italian, but with a wish to know Dante in the original, I listen using a parallel text. There will no doubt be excellent versions in America, but if you are in England, I recommend the text and commentaries by John D Sinclair as the translations are so good. Even a very little patience soon has the listener understanding more and more of the original. And what you do not understand is still music.

 

 
 
 

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