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Codice: RLA-010

1 CD MP3

ISBN: 88-89352-09-4


Dante Alighieri
"Divina Commedia"

Lettura interpretata da Claudio Carini

Testo Integrale
4° parte



INFERNO

INFERNO Canto XXXI 


Una medesma lingua pria mi morse, 
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, 
e poi la medicina mi riporse; 
così od’io che solea far la lancia 
d’Achille e del suo padre esser cagione 
prima di trista e poi di buona mancia. 
Noi demmo il dosso al misero vallone 
su per la ripa che ’l cinge dintorno, 
attraversando sanza alcun sermone. 
Quiv’era men che notte e men che giorno, 
sì che ’l viso m’andava innanzi poco; 
ma io senti’ sonare un alto corno, 
tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, 
che, contra sé la sua via seguitando, 
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. 
Dopo la dolorosa rotta, quando 
Carlo Magno perdé la santa gesta, 
non sonò sì terribilmente Orlando. 
Poco portai in là volta la testa, 
che me parve veder molte alte torri; 
ond’io: «Maestro, di’, che terra è questa?». 
Ed elli a me: «Però che tu trascorri 
per le tenebre troppo da la lungi, 
avvien che poi nel maginare abborri. 
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, 
quanto ’l senso s’inganna di lontano; 
però alquanto più te stesso pungi». 
Poi caramente mi prese per mano, 
e disse: «Pria che noi siamo più avanti, 
acciò che ’l fatto men ti paia strano, 
sappi che non son torri, ma giganti, 
e son nel pozzo intorno da la ripa 
da l’umbilico in giuso tutti quanti». 
Come quando la nebbia si dissipa, 
lo sguardo a poco a poco raffigura 
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, 
così forando l’aura grossa e scura, 
più e più appressando ver’ la sponda, 
fuggiemi errore e cresciemi paura; 
però che come su la cerchia tonda 
Montereggion di torri si corona, 
così la proda che ’l pozzo circonda 
torreggiavan di mezza la persona 
li orribili giganti, cui minaccia 
Giove del cielo ancora quando tuona. 
E io scorgeva già d’alcun la faccia, 
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, 
e per le coste giù ambo le braccia. 
Natura certo, quando lasciò l’arte 
di sì fatti animali, assai fé bene 
per tòrre tali essecutori a Marte. 
E s’ella d’elefanti e di balene 
non si pente, chi guarda sottilmente, 
più giusta e più discreta la ne tene; 
ché dove l’argomento de la mente 
s’aggiugne al mal volere e a la possa, 
nessun riparo vi può far la gente. 
La faccia sua mi parea lunga e grossa 
come la pina di San Pietro a Roma, 
e a sua proporzione eran l’altre ossa; 
sì che la ripa, ch’era perizoma 
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto 
di sovra, che di giugnere a la chioma 
tre Frison s’averien dato mal vanto; 
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi 
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto. 
«Raphél maì amècche zabì almi», 
cominciò a gridar la fiera bocca, 
cui non si convenia più dolci salmi. 
E ’l duca mio ver lui: «Anima sciocca, 
tienti col corno, e con quel ti disfoga 
quand’ira o altra passion ti tocca! 
Cércati al collo, e troverai la soga 
che ’l tien legato, o anima confusa, 
e vedi lui che ’l gran petto ti doga». 
Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; 
questi è Nembrotto per lo cui mal coto 
pur un linguaggio nel mondo non s’usa. 
Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; 
ché così è a lui ciascun linguaggio 
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto». 
Facemmo adunque più lungo viaggio, 
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro, 
trovammo l’altro assai più fero e maggio. 
A cigner lui qual che fosse ’l maestro, 
non so io dir, ma el tenea soccinto 
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro 
d’una catena che ’l tenea avvinto 
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto 
si ravvolgea infino al giro quinto. 
«Questo superbo volle esser esperto 
di sua potenza contra ’l sommo Giove», 
disse ’l mio duca, «ond’elli ha cotal merto. 
Fialte ha nome, e fece le gran prove 
quando i giganti fer paura a’ dèi; 
le braccia ch’el menò, già mai non move». 
E io a lui: «S’esser puote, io vorrei 
che de lo smisurato Briareo 
esperienza avesser li occhi miei». 
Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo 
presso di qui che parla ed è disciolto, 
che ne porrà nel fondo d’ogne reo. 
Quel che tu vuo’ veder, più là è molto, 
ed è legato e fatto come questo, 
salvo che più feroce par nel volto». 
Non fu tremoto già tanto rubesto, 
che scotesse una torre così forte, 
come Fialte a scuotersi fu presto. 
Allor temett’io più che mai la morte, 
e non v’era mestier più che la dotta, 
s’io non avessi viste le ritorte. 
Noi procedemmo più avante allotta, 
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, 
sanza la testa, uscia fuor de la grotta. 
«O tu che ne la fortunata valle 
che fece Scipion di gloria reda, 
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle, 
recasti già mille leon per preda, 
e che, se fossi stato a l’alta guerra 
de’tuoi fratelli, ancor par che si creda 
ch’avrebber vinto i figli de la terra; 
mettine giù, e non ten vegna schifo, 
dove Cocito la freddura serra. 
Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: 
questi può dar di quel che qui si brama; 
però ti china, e non torcer lo grifo. 
Ancor ti può nel mondo render fama, 
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta 
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama». 
Così disse ’l maestro; e quelli in fretta 
le man distese, e prese ’l duca mio, 
ond’Ercule sentì già grande stretta. 
Virgilio, quando prender si sentio, 
disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; 
poi fece sì ch’un fascio era elli e io. 
Qual pare a riguardar la Carisenda 
sotto ’l chinato, quando un nuvol vada 
sovr’essa sì, ched ella incontro penda; 
tal parve Anteo a me che stava a bada 
di vederlo chinare, e fu tal ora 
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. 
Ma lievemente al fondo che divora 
Lucifero con Giuda, ci sposò; 
né sì chinato, lì fece dimora, 
e come albero in nave si levò. 


INFERNO Canto XXXII 


S’io avessi le rime aspre e chiocce, 
come si converrebbe al tristo buco 
sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce, 
io premerei di mio concetto il suco 
più pienamente; ma perch’io non l’abbo, 
non sanza tema a dicer mi conduco; 
ché non è impresa da pigliare a gabbo 
discriver fondo a tutto l’universo, 
né da lingua che chiami mamma o babbo. 
Ma quelle donne aiutino il mio verso 
ch’aiutaro Anfione a chiuder Tebe, 
sì che dal fatto il dir non sia diverso. 
Oh sovra tutte mal creata plebe 
che stai nel loco onde parlare è duro, 
mei foste state qui pecore o zebe! 
Come noi fummo giù nel pozzo scuro 
sotto i piè del gigante assai più bassi, 
e io mirava ancora a l’alto muro, 
dicere udi’mi: «Guarda come passi: 
va sì, che tu non calchi con le piante 
le teste de’ fratei miseri lassi». 
Per ch’io mi volsi, e vidimi davante 
e sotto i piedi un lago che per gelo 
avea di vetro e non d’acqua sembiante. 
Non fece al corso suo sì grosso velo 
di verno la Danoia in Osterlicchi, 
né Tanai là sotto ’l freddo cielo, 
com’era quivi; che se Tambernicchi 
vi fosse sù caduto, o Pietrapana, 
non avria pur da l’orlo fatto cricchi. 
E come a gracidar si sta la rana 
col muso fuor de l’acqua, quando sogna 
di spigolar sovente la villana; 
livide, insin là dove appar vergogna 
eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia, 
mettendo i denti in nota di cicogna. 
Ognuna in giù tenea volta la faccia; 
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo 
tra lor testimonianza si procaccia. 
Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto, 
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti, 
che ’l pel del capo avieno insieme misto. 
«Ditemi, voi che sì strignete i petti», 
diss’io, «chi siete?». E quei piegaro i colli; 
e poi ch’ebber li visi a me eretti, 
li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, 
gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse 
le lagrime tra essi e riserrolli. 
Con legno legno spranga mai non cinse 
forte così; ond’ei come due becchi 
cozzaro insieme, tanta ira li vinse. 
E un ch’avea perduti ambo li orecchi 
per la freddura, pur col viso in giùe, 
disse: «Perché cotanto in noi ti specchi? 
Se vuoi saper chi son cotesti due, 
la valle onde Bisenzio si dichina 
del padre loro Alberto e di lor fue. 
D’un corpo usciro; e tutta la Caina 
potrai cercare, e non troverai ombra 
degna più d’esser fitta in gelatina; 
non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra 
con esso un colpo per la man d’Artù; 
non Focaccia; non questi che m’ingombra 
col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, 
e fu nomato Sassol Mascheroni; 
se tosco se’, ben sai omai chi fu. 
E perché non mi metti in più sermoni, 
sappi ch’io fu’ il Camiscion de’ Pazzi; 
e aspetto Carlin che mi scagioni». 
Poscia vid’io mille visi cagnazzi 
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, 
e verrà sempre, de’ gelati guazzi. 
E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo 
al quale ogne gravezza si rauna, 
e io tremava ne l’etterno rezzo; 
se voler fu o destino o fortuna, 
non so; ma, passeggiando tra le teste, 
forte percossi ’l piè nel viso ad una. 
Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? 
se tu non vieni a crescer la vendetta 
di Montaperti, perché mi moleste?». 
E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, 
si ch’io esca d’un dubbio per costui; 
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta». 
Lo duca stette, e io dissi a colui 
che bestemmiava duramente ancora: 
«Qual se’ tu che così rampogni altrui?». 
«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, 
percotendo», rispuose, «altrui le gote, 
sì che, se fossi vivo, troppo fora?». 
«Vivo son io, e caro esser ti puote», 
fu mia risposta, «se dimandi fama, 
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note». 
Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. 
Lèvati quinci e non mi dar più lagna, 
ché mal sai lusingar per questa lama!». 
Allor lo presi per la cuticagna, 
e dissi: «El converrà che tu ti nomi, 
o che capel qui sù non ti rimagna». 
Ond’elli a me: «Perché tu mi dischiomi, 
né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti, 
se mille fiate in sul capo mi tomi». 
Io avea già i capelli in mano avvolti, 
e tratto glien’avea più d’una ciocca, 
latrando lui con li occhi in giù raccolti, 
quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? 
non ti basta sonar con le mascelle, 
se tu non latri? qual diavol ti tocca?». 
«Omai», diss’io, «non vo’ che più favelle, 
malvagio traditor; ch’a la tua onta 
io porterò di te vere novelle». 
«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; 
ma non tacer, se tu di qua entro eschi, 
di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. 
El piange qui l’argento de’ Franceschi: 
"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera 
là dove i peccatori stanno freschi". 
Se fossi domandato "Altri chi v’era?", 
tu hai da lato quel di Beccheria 
di cui segò Fiorenza la gorgiera. 
Gianni de’ Soldanier credo che sia 
più là con Ganellone e Tebaldello, 
ch’aprì Faenza quando si dormia». 
Noi eravam partiti già da ello, 
ch’io vidi due ghiacciati in una buca, 
sì che l’un capo a l’altro era cappello; 
e come ’l pan per fame si manduca, 
così ’l sovran li denti a l’altro pose 
là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca: 
non altrimenti Tideo si rose 
le tempie a Menalippo per disdegno, 
che quei faceva il teschio e l’altre cose. 
«O tu che mostri per sì bestial segno 
odio sovra colui che tu ti mangi, 
dimmi ’l perché», diss’io, «per tal convegno, 
che se tu a ragion di lui ti piangi, 
sappiendo chi voi siete e la sua pecca, 
nel mondo suso ancora io te ne cangi, 
se quella con ch’io parlo non si secca». 


INFERNO Canto XXXIII 

La bocca sollevò dal fiero pasto 
quel peccator, forbendola a’capelli 
del capo ch’elli avea di retro guasto. 
Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli 
disperato dolor che ’l cor mi preme 
già pur pensando, pria ch’io ne favelli. 
Ma se le mie parole esser dien seme 
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, 
parlar e lagrimar vedrai insieme. 
Io non so chi tu se’ né per che modo 
venuto se’ qua giù; ma fiorentino 
mi sembri veramente quand’io t’odo. 
Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, 
e questi è l’arcivescovo Ruggieri: 
or ti dirò perché i son tal vicino. 
Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, 
fidandomi di lui, io fossi preso 
e poscia morto, dir non è mestieri; 
però quel che non puoi avere inteso, 
cioè come la morte mia fu cruda, 
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. 
Breve pertugio dentro da la Muda 
la qual per me ha ’l titol de la fame, 
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, 
m’avea mostrato per lo suo forame 
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno 
che del futuro mi squarciò ’l velame. 
Questi pareva a me maestro e donno, 
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte 
per che i Pisan veder Lucca non ponno. 
Con cagne magre, studiose e conte 
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi 
s’avea messi dinanzi da la fronte. 
In picciol corso mi parieno stanchi 
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane 
mi parea lor veder fender li fianchi. 
Quando fui desto innanzi la dimane, 
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli 
ch’eran con meco, e dimandar del pane. 
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli 
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; 
e se non piangi, di che pianger suoli? 
Già eran desti, e l’ora s’appressava 
che ’l cibo ne solea essere addotto, 
e per suo sogno ciascun dubitava; 
e io senti’ chiavar l’uscio di sotto 
a l’orribile torre; ond’io guardai 
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. 
Io non piangea, sì dentro impetrai: 
piangevan elli; e Anselmuccio mio 
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?". 
Perciò non lacrimai né rispuos’io 
tutto quel giorno né la notte appresso, 
infin che l’altro sol nel mondo uscìo. 
Come un poco di raggio si fu messo 
nel doloroso carcere, e io scorsi 
per quattro visi il mio aspetto stesso, 
ambo le man per lo dolor mi morsi; 
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia 
di manicar, di subito levorsi 
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia 
se tu mangi di noi: tu ne vestisti 
queste misere carni, e tu le spoglia". 
Queta’mi allor per non farli più tristi; 
lo dì e l’altro stemmo tutti muti; 
ahi dura terra, perché non t’apristi? 
Poscia che fummo al quarto dì venuti, 
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, 
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?". 
Quivi morì; e come tu mi vedi, 
vid’io cascar li tre ad uno ad uno 
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi, 
già cieco, a brancolar sovra ciascuno, 
e due dì li chiamai, poi che fur morti. 
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». 
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti 
riprese ’l teschio misero co’denti, 
che furo a l’osso, come d’un can, forti. 
Ahi Pisa, vituperio de le genti 
del bel paese là dove ’l sì suona, 
poi che i vicini a te punir son lenti, 
muovasi la Capraia e la Gorgona, 
e faccian siepe ad Arno in su la foce, 
sì ch’elli annieghi in te ogne persona! 
Ché se ’l conte Ugolino aveva voce 
d’aver tradita te de le castella, 
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. 
Innocenti facea l’età novella, 
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata 
e li altri due che ’l canto suso appella. 
Noi passammo oltre, là ’ve la gelata 
ruvidamente un’altra gente fascia, 
non volta in giù, ma tutta riversata. 
Lo pianto stesso lì pianger non lascia, 
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo, 
si volge in entro a far crescer l’ambascia; 
ché le lagrime prime fanno groppo, 
e sì come visiere di cristallo, 
riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. 
E avvegna che, sì come d’un callo, 
per la freddura ciascun sentimento 
cessato avesse del mio viso stallo, 
già mi parea sentire alquanto vento: 
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? 
non è qua giù ogne vapore spento?». 
Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove 
di ciò ti farà l’occhio la risposta, 
veggendo la cagion che ’l fiato piove». 
E un de’ tristi de la fredda crosta 
gridò a noi: «O anime crudeli, 
tanto che data v’è l’ultima posta, 
levatemi dal viso i duri veli, 
sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna, 
un poco, pria che ’l pianto si raggeli». 
Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, 
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, 
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». 
Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; 
i’ son quel da le frutta del mal orto, 
che qui riprendo dattero per figo». 
«Oh!», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?». 
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea 
nel mondo sù, nulla scienza porto. 
Cotal vantaggio ha questa Tolomea, 
che spesse volte l’anima ci cade 
innanzi ch’Atropòs mossa le dea. 
E perché tu più volentier mi rade 
le ’nvetriate lagrime dal volto, 
sappie che, tosto che l’anima trade 
come fec’io, il corpo suo l’è tolto 
da un demonio, che poscia il governa 
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. 
Ella ruina in sì fatta cisterna; 
e forse pare ancor lo corpo suso 
de l’ombra che di qua dietro mi verna. 
Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: 
elli è ser Branca Doria, e son più anni 
poscia passati ch’el fu sì racchiuso». 
«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni; 
ché Branca Doria non morì unquanche, 
e mangia e bee e dorme e veste panni». 
«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche, 
là dove bolle la tenace pece, 
non era ancor giunto Michel Zanche, 
che questi lasciò il diavolo in sua vece 
nel corpo suo, ed un suo prossimano 
che ’l tradimento insieme con lui fece. 
Ma distendi oggimai in qua la mano; 
aprimi li occhi». E io non gliel’apersi; 
e cortesia fu lui esser villano. 
Ahi Genovesi, uomini diversi 
d’ogne costume e pien d’ogne magagna, 
perché non siete voi del mondo spersi? 
Ché col peggiore spirto di Romagna 
trovai di voi un tal, che per sua opra 
in anima in Cocito già si bagna, 
e in corpo par vivo ancor di sopra. 



INFERNO Canto XXXIV 


«Vexilla regis prodeunt inferni 
verso di noi; però dinanzi mira», 
disse ’l maestro mio «se tu ’l discerni». 
Come quando una grossa nebbia spira, 
o quando l’emisperio nostro annotta, 
par di lungi un molin che ’l vento gira, 
veder mi parve un tal dificio allotta; 
poi per lo vento mi ristrinsi retro 
al duca mio; ché non lì era altra grotta. 
Già era, e con paura il metto in metro, 
là dove l’ombre tutte eran coperte, 
e trasparien come festuca in vetro. 
Altre sono a giacere; altre stanno erte, 
quella col capo e quella con le piante; 
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte. 
Quando noi fummo fatti tanto avante, 
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi 
la creatura ch’ebbe il bel sembiante, 
d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, 
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco 
ove convien che di fortezza t’armi». 
Com’io divenni allor gelato e fioco, 
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, 
però ch’ogne parlar sarebbe poco. 
Io non mori’ e non rimasi vivo: 
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, 
qual io divenni, d’uno e d’altro privo. 
Lo ’mperador del doloroso regno 
da mezzo ’l petto uscìa fuor de la ghiaccia; 
e più con un gigante io mi convegno, 
che i giganti non fan con le sue braccia: 
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto 
ch’a così fatta parte si confaccia. 
S’el fu sì bel com’elli è ora brutto, 
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, 
ben dee da lui proceder ogne lutto. 
Oh quanto parve a me gran maraviglia 
quand’io vidi tre facce a la sua testa! 
L’una dinanzi, e quella era vermiglia; 
l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa 
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, 
e sé giugnieno al loco de la cresta: 
e la destra parea tra bianca e gialla; 
la sinistra a vedere era tal, quali 
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. 
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali, 
quanto si convenia a tanto uccello: 
vele di mar non vid’io mai cotali. 
Non avean penne, ma di vispistrello 
era lor modo; e quelle svolazzava, 
sì che tre venti si movean da ello: 
quindi Cocito tutto s’aggelava. 
Con sei occhi piangea, e per tre menti 
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. 
Da ogne bocca dirompea co’ denti 
un peccatore, a guisa di maciulla, 
sì che tre ne facea così dolenti. 
A quel dinanzi il mordere era nulla 
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena 
rimanea de la pelle tutta brulla. 
«Quell’anima là sù c’ha maggior pena», 
disse ’l maestro, «è Giuda Scariotto, 
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. 
De li altri due c’hanno il capo di sotto, 
quel che pende dal nero ceffo è Bruto: 
vedi come si storce, e non fa motto!; 
e l’altro è Cassio che par sì membruto. 
Ma la notte risurge, e oramai 
è da partir, ché tutto avem veduto». 
Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai; 
ed el prese di tempo e loco poste, 
e quando l’ali fuoro aperte assai, 
appigliò sé a le vellute coste; 
di vello in vello giù discese poscia 
tra ’l folto pelo e le gelate croste. 
Quando noi fummo là dove la coscia 
si volge, a punto in sul grosso de l’anche, 
lo duca, con fatica e con angoscia, 
volse la testa ov’elli avea le zanche, 
e aggrappossi al pel com’om che sale, 
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. 
«Attienti ben, ché per cotali scale», 
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso, 
«conviensi dipartir da tanto male». 
Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso, 
e puose me in su l’orlo a sedere; 
appresso porse a me l’accorto passo. 
Io levai li occhi e credetti vedere 
Lucifero com’io l’avea lasciato, 
e vidili le gambe in sù tenere; 
e s’io divenni allora travagliato, 
la gente grossa il pensi, che non vede 
qual è quel punto ch’io avea passato. 
«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: 
la via è lunga e ’l cammino è malvagio, 
e già il sole a mezza terza riede». 
Non era camminata di palagio 
là ’v’eravam, ma natural burella 
ch’avea mal suolo e di lume disagio. 
«Prima ch’io de l’abisso mi divella, 
maestro mio», diss’io quando fui dritto, 
«a trarmi d’erro un poco mi favella: 
ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto 
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora, 
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». 
Ed elli a me: «Tu imagini ancora 
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi 
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. 
Di là fosti cotanto quant’io scesi; 
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto 
al qual si traggon d’ogne parte i pesi. 
E se’ or sotto l’emisperio giunto 
ch’è contraposto a quel che la gran secca 
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto 
fu l’uom che nacque e visse sanza pecca: 
tu hai i piedi in su picciola spera 
che l’altra faccia fa de la Giudecca. 
Qui è da man, quando di là è sera; 
e questi, che ne fé scala col pelo, 
fitto è ancora sì come prim’era. 
Da questa parte cadde giù dal cielo; 
e la terra, che pria di qua si sporse, 
per paura di lui fé del mar velo, 
e venne a l’emisperio nostro; e forse 
per fuggir lui lasciò qui loco vòto 
quella ch’appar di qua, e sù ricorse». 
Luogo è là giù da Belzebù remoto 
tanto quanto la tomba si distende, 
che non per vista, ma per suono è noto 
d’un ruscelletto che quivi discende 
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, 
col corso ch’elli avvolge, e poco pende. 
Lo duca e io per quel cammino ascoso 
intrammo a ritornar nel chiaro mondo; 
e sanza cura aver d’alcun riposo, 
salimmo sù, el primo e io secondo, 
tanto ch’i’ vidi de le cose belle 
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. 
E quindi uscimmo a riveder le stelle. 



 

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